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Articolo:
E. N. Terzano, "Il mondo della luna" in Fantasma, n. 2, Udine, febbraio, 1986.


Il mondo della luna (1)


L'immagine chimica e meccanica, come quella elettronica, è 'fredda', priva com'è di spirito vitale, di soffio, di psiche. Il suo freddo è per la calda memoria pregna di pensieri turbinanti, un refrigerio, è temporaneamente oasi.
Vi ricorriamo al film, ogni volta che la mente ne ha bisogno, come se il nostro connaturato incanto fosse lì, più facilmente espresso e perciò pigramente l'accogliamo piuttosto che estrarre alla coscienza, con il lavoro della consapevolezza, il nostro nettare interiore.
Molte volte ci lasceremo penetrare attraverso gli occhi, rovescio dell'anima e organo e senso privilegiato dell'accoglienza del mondo delle forme presso di noi, da quelle immagini diaccie, spigolose, pove-re e incomplete che irradiano, sullo schermo, imitando un sole. Di pigrizia in pigrizia finiamo per essere, con lo stesso strazio dei condannati alle pene del fuoco, vaganti per ricordi non nostri, abitanti atteggiamenti estranei, pensanti storie mai viste ma solo ruminate in una sala. Diurno, notturno e cinematico si fondono, trascolorano l'uno nell'altro.
Non cogli spesso nell'amico cinéphile uno sguardo trasognato, un sorriso fisso sottile, la ripetizione di scene madri in atteggiamenti psicologici raffioranti, quell'attitudine ad incantarsi in catene di pensieri vaganti. Non è forse tipico di 'lui' spezzare il quotidiano operare iniziando molte cose contemporaneamente e come in un montaggio alternato portarle avanti a frammenti? Non lo incontri in giornate luminose con le palpebre socchiuse intento a vedersi rappresentato in un incontro che non gli arride? Simultaneamente in molti momenti e luoghi?
Il cinema simboleggia l'archetipo della luna calante, della sua faccia oscura: non a caso uno dei suoi primi film si intitola Le voyage dans la lune (Georges Méliès, 1902) e riflette l'opacità sadica delle fantasticherie senza scopo.
Con la superbia che ogni proiezione tecnologica comporta il cinema pretende di incarnare le vesti mitiche della Triplice Ecate, ma solo nel suo aspetto distruttivo. Mentre lei, la regina mediana fra terra e cielo, veste e sveste le anime di forma, il film rigetta nell'ombra la realtà spogliando e sottraendo alla personalità i suoi luoghi irripetibili e inenarrabili. Proprio in quel ripetere e in quel narrare, incessante, che il film compie, l'individualità tende a disperdersi e mai a crescere nei suoi modi e ritmi 'naturali', anzi, essa invece, si caricherà di artificialità estranee, arricchendosi degli umori della depressione e della violenza.
L'"uomo immaginario", non è nemmeno più un uomo: viene proiettato sull'astro più vicino dove risiedono ammucchiati e gracidanti tutti i lemuri letterari con i quali si intrattiene da pari, i vani disegni e le inutili storie con le quali si identifica e che danno luogo e quei vizi rimestati nelle 'sale', a tutte quelle scenette compiaciute e scurrili che allignano nelle menti ormai ridotte a simulacro di loro stesse.
Sulla luna è relegato il mondo delle apparenze, la sostanza vi transita essendo la realtà più complessa di un solo luogo archetipo o di una superficiale specializzazione tematica. Il film ci lega con le illusioni e ci rende dipendenti da esse in modo tale che la realtà, osservata senza ritmi cinematici, diventa insopportabile, lenta e noiosa.
'Riprendere la vita' è per la macchina da presa impregnarsi di realtà e 'animarsi' di energie. 'Rendere la vita' in proiezione significa innanzitutto trovare quell'energia mentale che permetta alle immagini sullo schermo di 'rivivere', energia che viene tutta assorbita tal quale si può immaginare facciano i 'vampiri', poi, quelle immagini prima morte, si animano illusoriamente e a questo punto inghiottono, nel loro moto apparente, chi li aveva già da prima nutrite.
Altro archetipo richiamato agli albori del cinema è Nettuno (Au royaume de Neptune è il titolo di un altro film di Méliès). È in scena il re "dei mari disordinati della vita" che "scatena tempeste collegate alle passioni dell'anima"2, passioni che nel cinema non sono soggette ad alcun freno, infistolite e spacciate per 'personalità'.
Il film per le vie delle passioni crea un dinamismo nella psiche che ha dei risvolti molto inquietanti: "tutto ciò che vivamente eccita il sistema nervoso", infatti, "può eccitare la passione e se una volontà abile e perseverante sa dirigere e influenzare queste naturali disposizioni, essa potrà servirsi delle passioni altrui a soddisfazione delle proprie, e ben presto ridurrà le personalità più fieramente indipendenti a divenire, entro un certo limite di tempo, strumenti dei suoi piaceri. Da tale influenza è necessario salvaguardarsi"3.
È proprio della diablerie sfrenare le passioni. È questo un altro, possibile, senso dell'invenzione del film? "Mio caro sto mettendo a punto la più mirabile invenzione... un ragazzo che scompare appena vieni, lasciando un sentore di turbamento, foglie che bruciano e un effetto sonoro di treno che fischia in lontananza"4.

Enzo Terzano


Note:

1 Pubblicato come capitolo con lo stesso titolo nel libro Ecomedia. Corpo e mente tra comunicazione orale e mass-media, Arcidosso, Shang-Shung, 1993, pp. 93-96.
2 J. E. Cirlot, Dizionario dei simboli, alla voce: 'Nettuno', Milano, Siad, 1985, p. 331.
3 Cit. da fonte non documentabile ndc.
4 W. Burroughs, Il pasto nudo, Milano, Sugarco, 1985, p. 122.