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Articolo:
E. Terzano, "Il cinema come diablerie II" in Mgur-Poesia, Bologna, estate, 1987.


Il cinema come diablerie II

Cosa ci sarà dato di incontrare il giorno o la notte nei percorsi intimi o esteriori della nostra esistenza se perduti su uno schermo, con di fronte non gli elementi ma un film che pretende di sostituirli rappresendandoli, facciamo entrare nostro malgrado immagini che nidificano virulente nella memoria, che potremo scacciare solo dopo un lunghissimo e naturale decadere? Sempre che altre non sopraggiungano? Le immagini sintetiche, come fiale di medicamento chimico, s'impossessano del corpo: viaggiano lungo i suoi naturali condotti e ovunque trasudano il loro odore e coprono ficcandolo l'autentico. In virtù di un gioco ironico ci parrà di scegliere fra quelle immagini le più gratificanti - a ben considerare il culto della gratificazione è un sentimento da 'codardi' -pensando così di aver posto un argine alla loro ottusa rapidità, ci sembrerà facile farne a meno ma mai tenteremo accampando di volta in volta mille scuse. Crederemo anche di conservarci indenni dopo aver fatto scorrere davanti a noi immagini volgari e violente, psicologie subdole, grezze e inesistenti, larve d'uomini senza vita e dignità che assurgono a modello del vivere e ciò nemmeno più basta a farci ritrarre.
Il film, per una parte ovvia, stupefà lo spettatore e lo incatena a sé con le dolci spire del raggiro del "possibile"che a ben vedere è composto di niente: è quell'accadere vacuo gelido che colma di frescura illusoria la torrida memoria accaldata da fantasticherie. Il dramma è ritrovarsi, dopo aver visto quello spettacolo frigido e perciò infecondo che è il film, con un umore estraneo, viziati a tal punto dal suo incanto da aver soppresso il proprio, d'aver sacrificato al suo altare spento e profano, un umore vivo non importa quale fosse. Ciò non affiora con consapevolezza alla coscienza dei più: ma quante volte uscendo dal cinema la mente presto o tardi rumina pensieri non nostri, si consuma in rabbie vane, ci ritroviamo a sostenere il peso di dubbi che non possiamo sciogliere, fardelli pesanti da portare insieme al resto della nostra esistenza. Si arriva a volte, continuando questi esercizi involontari, al punto da pensare come propri sogni provenienti da idee che proprie non sono. Hanno in genere la caratteristica di lasciarci insoddisfatti per le tante irrealizzabilità di cui appaiono farciti. Si tratta di falsi sogni. Ammantati dal maleficio del film stendiamo infatti rapporti fra cinema e sogno ma quest'ultimo ha una dignità che il cinema non ha: è vivo. Il cinema è piuttosto vicino alle fantasticherie ad occhi aperti a quelle larve del desiderio senza volontà che stazionano come gramigne fra i pensieri e succhiano spirito. E' prossimo agli spettacoli che la mente imbastisce a se medesima simulando lussurie, gratificazioni, rivalse... e vana consuma se stessa, senza scopo, così il film scorre debilitandoci.
Ci siamo illusi che il cinema avrebbe potuto esorcizzare e sollevarci come un novello rito di purificazione della schiavitù di pensieri ossessivi che preso dimora, nella nostra impotenza psichica, presso di noi eravamo incapaci di scacciare. Senza sapere che proprio quelle immagini che avrebbero dovuto liberarci hanno finito di intossicarci, si sono insinuate glaciali e senza volontà come le cose morte a tentare di cancellare il vivo dai nostri sensi.
L'immagine di cui ci nutriamo diventa noi stessi come il cibo, l'aria, l'acqua e i luoghi e in somma considerazione bisognerebbe tenere il suo ingresso nella memoria e semplificare allontanando ogni superfluo specie se artificiale. Ne risulta altrimenti contagiato e sporcato anche il sogno tenue legame con l'archetipo, sorgente e affioramento del mondo delle trame delle coincidenze, luogo eletto dove l'anima "ritrova con gioia e contempla il culmine della bellezza e della divinità" (Plutarco, Sull'amore, Adelphi, 764-F).
Come permettere a immagini viziate di vanità tecnologica di entrare, confondere e irrigidire quel nostro senso ineffabile? Ad inquietare c'è anche il diurno ed è proprio lì che, nonostante siamo pieni di forza e attivi, cadiamo più facilmente ammaliati in un turbine di immagini inutili che istillano comportamenti estranei.
Chi ci ricorda che "non possiamo dimenticare la realtà" nei nostri discorsi che gli appaiono pieni d'aria, e a noi ciò non dispiace per via dell'aria, che "la realtà anche tutti i mezzi di comuncazione con i quali bisogna relazionarsi in ogni caso": si inganna. La tessitura delle fantasticherie spacciate per realtà, le informazioni smaltite come oggettive non sono Quella, questi mezzi, queste immagini la Realtà la ottundono, la velano nel vano desiderio di rubarle energie di nasconderla ai nostri sensi.

Enzo Terzano