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Articolo:
E. N. Terzano, "La videoart" in Il nuovo laboratorio, a. 1, n. 3-4, Bologna, 1982.


La videoart

La videoconferenza, la video relazione di un bilancio aziendale, il videointervento in un festival cinematografico, come i videofestival musicali, consentono alle videoplatee di essere informate in gruppo e il televisore (già estensione) si estenderà ulteriormente a un tipo di ascolto che fino ad ora è stato prerogativa del cinema e del teatro. Con decine di monitor si realizza la nuova fruizione collettiva in spazi - cinema, sale convegni, piazze ecc. - che contraddicono l'immagine consolidata del pubblico televisivo più incline a raccogliersi in salottini, tinelli, camere da letto: tutto teso e rilassato nella privacy del proprio home.
Viene da fare, in relazione al nuovo fenomeno, un buffo accostamento a quelle fortunate famiglie che, negli anni '50 (la RAI inizia le trasmissioni quotidiane e regolari dal 3 gennaio 1954), insieme ai loro numerosissimi ed eterogenei ospiti - zie, nonne, inquilini del palazzo, il portinaio, la servitù - si godevano, magicamente riuniti di fronte al piccolo schermo, i buonasera e i buonanotte del primo stupidissimo broadcast RAI.
Dopo trent'anni di progressivo estendersi dell'informazione video le proiezioni plurimonitors e su schermo gigante, con gli eidophor, consentono un ritorno ad un ascolto non solo privato dei prodotti video.
Si parla almeno per la videorassegna, di uno spettacolo in sala con pubblico pagante, che segna la nascita in larga scala della diffusione alternativa di prodotti che non trovano nei normali broadcasts pubblici o privati uno spazio adatto; tranne in rari casi, comunque non italiani, negli States e in RFT, di alcune reti (WGGH-TV di Boston, KQET-TV di S. Francisco, NBC di New York, WDR di Colonia, ARD tedesca ecc.) che hanno concesso ampi spazi alla videoart e a programmi curati da artisti. Un mercato alternativo che può procurare una distribuzione a prodotti anomali [in durata, formato e contenuti], almeno fino a quando non si formerà un mercato del videodisco e dell'opera in videocassetta che consentirà di assumerne la proprietà nei futuri videomarket e godersi a casa la scelta.
Gli HOT VIDEO - video con la diretta partecipazione degli artisti - e i COLD VIDEO - riprese fatte da altri dei gruppi in concerto o in studio o dell'artista che lavora - fanno il loro ingresso nel vergine mercato italiano, un po' incline a sbavare di fronte ai prodotti confusamente assemblati dall'art director del NEW VIDEO MUSIC USA 1982, appena passato a Bologna e ora in tour nazionale, che ha selezionato in dodici ore un mediocre videoshow. Così che non ci siamo meravigliati delle ire urlate da una platea poco disposta a godersi della discreta videoart e Philip Hopper, Robin Schanzenbach e Dona Sedar ne sono usciti poco apprezzati, benché collocabili un tantino fuori dai discorsi solo computerizzati e protoelettronici della maggior parte dei video musicali presentati.
Le bands presentate, tutte di notevole interesse, sono state tragicamente riprese da dilettanti. Siamo abituati a ricevere d'oltre oceano prodotti tecnicamente proverbiali e si fa fatica a credere che laddove la videoart e i videoesperimenti sono stati una costante dall'inizio degli anni sessanta con show e happening, videoteche e videoclub, a cui hanno dato slancio la collaborazione di artisti e intellettuali galattici: Nam June Paik, Wolf Vostell, McLuhan, Charlotte Moormann, John Cage, Bruce Nauman e si potrebbe continuare a lungo, ci presentano in pieno anni ottanta dei video così ingenui, con riprese da superottisti amatoriali, con effettini che persino i cameraman della nostra RAI si sono stancati di ripetere.
Ovviamente non è stato tutto così terribile anzi ci è sembrato di vedere un ottimo esempio di ciò che sarà il prossimo videodisco e si tratta di un video realizzato per la Ralph Records da Graeme Whifler, videomaker eccellente ipernutrito di linguaggio delle immagini. In questi video ci sono dei rimandi gustosi al miglior cinema americano non solo underground ma anche di tradizione Hollywoodiana; molto aderenti alla musica, interpretati benissimo e poco inclini ai facili giochini grafici dei computers e videosint che hanno preso la mano alla maggior parte dei videomakers in rassegna. Un'eccezione per Denise Gallant e Synopsis da cui ci aspettavamo prodotti one step beyond il look espresso.

Enzo Terzano