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Articolo:
E. Terzano, "Venezia e Fassbinder" in Il nuovo laboratorio, Bologna, a.II, n. 5, marzo 1983.

Venezia e Fassbinder


Non basta l'ottuso verdetto veneziano, ormai lontano, ma non per questo dimenticato, a sopire le polemiche ancora in corso sul caso "Querelle".
Le nostre zelanti commissioni di censura si sono affrettate anch'esse a bocciare quel "brutto film"- per dirla alla Gian Luigi Rondi- e questo è veramente incomprensibile.
Negli altri paesi europei compresi Spagna e Grecia il film è uscito vietato ai minori e in alcuni come la Germania, l'Austria e l'Olanda, senza alcun divieto.
Il censore italiano decide che non siamo in grado di scegliere di "vedere" un film la cui unica diversità consiste nel "parlare" di omosessualità e non solo, ma aggiungerei "d'amore"; e che comunque non ha niente di pornografico, letteralmente niente, evocando, con raro gusto estetico, l'erotismo.
Fate anche voi la fila nei cinema di Lugano e ne avrete la riprova. Poi che sia un "brutto film" è impossibile sostenerlo. Per chi ha presente il tipo di regia fassibinderiano sappia che in "Querelle" non solo troverà le risoluzioni narrative sulla profondità di campo, un sapiente dosaggio del diegetico all'interno dell'inquadratura, dei movimenti di macchina, sull'uso del colore, sulla struttura narrativa di fine discendenza letteraria (Genet) ecc., ma anche un impianto scenografico che se in apparenza rimanda al teatro in realtà è di discendenza squisitamente cinematografica: Murnau e l'espressionismo tedesco. Tanto che si potrebbe parlare di "Querelle" come di un film neo-espressionista.
Il problema italiano è un altro: è un problema di ostracismo culturale, autoamputazione intellettuale è monopolio di conoscenze è inibizione protettiva. Ci facciamo venire in mente a proposito la riluttanza e la cattiva conoscenza dei grossi nomi della critica cinematografica attuale nei confronti del cinema di Pasolini: analizzato, fino all'ultimo, tenendo in ombra e rimuovendo i fantasmi... provocati da una sessualità considerata ancora deviante e pericolosa: ma tangente strutturale della poetica pasoliniana.
I santini circolano anche negli intestini dei critici più illuminati: contratti e malati da convenienze e pudori borghesi trincerati e mistici.
Negli anni '60 alcune stars del New American Cinema propagandavano la fine dei millenni delle persecuzioni giudeocristiane e delle "pruderie" d'ogni sorta, sotto i colpi di grandi rivoluzioni e profondi mutamenti ci si ammorbidiranno le viscere - per via del nuovo corso astrologico legato all'acquario - e come Buddha avremo il pancione rilassato che ci penderà mollemente in avanti ad accettare il piacere connotato dei più imprevedibili modi.
"Querelle" di Fassibinder esce dagli incubi delle pieghe dei racconti cinematografici, oppone chiarezza a quelle faticose letture fra le righe, che se da una parte lasciavano l'umida sensazione e il compiacersi di aver scoperto trame con sensibilità e velati atti omo, dall'altra si accompagnavano, per la stessa ragione, sempre d'amara prontissima smentita da virili voci critiche avvilenti.
Quelle voci che ancora oggi negano diritti a John Wayne e Montgomery Clift coppia celebre e anche "sensibilità" a Hawks, Cukor ("che più volte si è identificato con le sue leggendarie prime donne" T. Kezich) e ancora Kazan, Lumet, Losey, Bergman e cento altri: certo con le opportune differenze, con i distinguo che permangono comunque sottili, per carità non per gli autori (potendo sarebbero stati più espliciti): ma per quei codici di produzione (codice Hays a Hollywood), quei divieti, quei capitali poco disposti ad essere impiegati per ciò che il mercato rifiuta (ma è poi vero? Basta vedere i campioni d'incasso italiani quanto siano "viziati"). E così ci si accontenta di immaginare chissà cosa in questi deserti dove nessuno vede - Western -, negli intrighi en travesti wilderiani o negli intimi cottages truffautiani.
Con opportuni filtri rivelano "coup de collier" di una certa natura che l'opinione corrente vive come: amicizia virile, affetto paterno, solidarietà amicale o, male che vada, debolezza momentanee, deliqui che passeranno presto rientrando in 'teams" più convenienti e produttivi. Incantiamoci un attimo sui western con le sue storie di dominatori dei grandi spazi americani, costretti a lunghi periodi di convivenza in certi casi forzata: in seguito a persecuzioni, inseguimenti, interminabili traversate (si pensi all'altro illuminante elemento tematico della preda), convivenze sorrette e rese tollerabili da quegli efficaci catalitici della tensione che sono i legami sorretti e rafforzati dall'amore tout court (interessante è anche l'immagine del gay statunitense che filtra attraverso i media di ogni genere satura di cowboysmi). E' la pratica della tensione amorosa che sorregge e omogeinizza la "banda", la rende solidale e competitiva: in un colpo solo il rafforzamento dei legami sociali e la realizzazione del sogno americano della sacra individualità e autosufficienza del cow-male.
Questi rapporti sono per intero inscrivibili nell'ampia categoria, anche se dicotomica, della storia dei rapporti umani: quella sado-maso, all'infuori della quale, in ogni caso, si esce poco. Per questo tipo di lettura spregiudicata del Western è utile vedere "Lonesone cowboy" imprevedibile pellicola di Andy Warhol che dal 1967 offriva un'illuminante e ironica interpretazione del genere.
In Fassbinder si nota una trasposizione della dinamica amorosa dei rapporti omosessuali nelle splendide e forse un tantino letterarie, ma non per questo meno vere, storie d'amore dei suoi grandi films. Non vorremmo forzare una lettura a senso unico né sostituire al "femminizzato" dei rapporti narrativi, per dirla con Barthes, un fantomatico interprete maschile più immagine ipnagogica che iconoclasta.
Ci pare piuttosto, e si può gustosamente accettarlo, che l'interesse di Fassbinder fosse molto concentrato sulla dinamica amorosa tout court, ovviamente ricca di backgrounds storico-politico estetico-sociologico, ovvero gli stessi rapporti condizionati o prodotti dagli eventi.
Rimane di dargli atto di una chiarezza e spregiudicatezza che ha in comune con pochissimi autori del cinema narrativo e forse molto più con i filmmakers del cinema undergrpound e sperimentale: e ancora con Jean Genet perla atipica, onorato e riconosciuto, disprezzato e deriso con la stessa facilità.
Genet con "Un Chant d'Amour" ha toccato una cima vertiginosa dell'intera storia del cinema, come ci pare spetti a pieni voti a: "Querelle".

Enzo Terzano