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Articolo:
E. Terzano, "Intervista a Lionel Soukaz" in Il nuovo
laboratorio, Bologna, a. II, n. 7, agosto 1983.
Intervista
a Lionel Soukaz
PARIGI.
Intervistiamo Lionel Soukaz nel suo studio parigino: filmmaker indipendente,
autore di dieci films fra documentari e a soggetto, molto apprezzato
negli ambienti underground newyorkesi e poco conosciuto in Europa.
Copi, Foucault e altri artisti e intellettuali francesi sono ripetutamente
intervenuti presso il "Ministére de la Culture" per
ottenere ai suoi films il visto di censura.
Solo con L'epoca Lang i suoi films sono usciti regolarmente in Francia,
non senza provocare reazioni, più o meno feroci, sulla stampa
e presso gli ambienti culturali della nuova destra francese.
Di alcuni suoi films è prevista l'anteprima in Italia nel tour
nazionale della rassegna parigina "Trente ans de cinema experimental
en France (1950-80)".
D. Qual'è
il tuo rapporto con le istituzioni soprattutto rispetto al nuovo corso
del regime francese...
R. ... penso che tutte le persone che fanno ciò che vogliono,
quello che sentono, debbono rimanere indipendenti. Se qualche persona
è bloccata da un rapporto con lo stato o da un legame con qualsiasi
potere ecco penso che sia finita per lui. Credo proprio per questo che,
per tutti, è essenziale rimanere liberi da ogni sorta di sponsorizzazioni.
Per quanto riguarda il regime francese, in questo momento diviene come
la corte del re di Francia: Mitterand è come Luigi XVI e tutti
gli artisti francesi sono in procinto di entrare a corte invitati da
Jack Lang. In ogni caso con Giscard ho combattuto la sua politica culturale
così con Pompidou.
D. La "Race d'EP" è molto didattico; "IXE"
è realizzato secondo un disegno che si nutre molto di certo cinema
undeground; "Maman que man" è narrativo e in un certo
senso letterario... momenti molto diversi, oserei dire distinti, ma
sul fondo è leggibile la stessa mano, consentimi: la stessa sofferenza...
R. Quando giro un film la sento come una cosa fisica, è
violento fare un film, è un grido è un desiderio e non
posso trattenerlo di più, se lo trattengo finisco di vivere.
Ho una mia storia e cerco di uscirne grazie al film... e questo mi interroga
molto e mi fa prendere molto in considerazione gli altri, tanto che
i miei films mi sorpassano completamente. Amo molto "IXE",
è un fim molto vero dove non ho voluto mentire e in "Race
d'EP" è inutile vedermi come il portavoce del movimento
omosessuale. Io parlo di me stesso sempre e non parlo mai al posto degli
altri: questo lo fanno gli uomini politici e i fascisti.
D. C'è un autore in particolare dell'undeground americano
Stan Brakhage i cui films nella maggior parte parlano di sua moglie,
i suoi parti numerosi, dei figli che crescono, del cane che muore, della
campagna intorno alla sua casa ecc. in questi films certa critica italiana
ci ha visto una sorta di gabbia ideologicamente poco referenziata e
dunque ambigua e poco incisiva...
R. Non lo so, non voglio saperlo... ogni volta che faccio un
film l'ho fatto perché era un'urgenza per me. E' sempre un bisogno
enorme e non posso andargli contro. Ho continuato tutta la vita a sognare
e mi sono costruito un mondo tutto visuale. Tutto ciò che faccio
è legato profondamente alla mia vita ed è impossibile
dissociare...
D. Filtrare le cose che passano nel mondo attraverso se stessi
e poi riprodurle?
R. Nei miei films, anche se sono filtrati da me, dalla mia sensibilità,
cerco di esprimere dei sentimenti che sento molto forte tutto intorno.
I miei films a tutt'oggi sono pieni del mio amore per gli altri e pieni
d'inquietudini per gli altri. Così come sono pieni della letteratura
che amo e dei cineasti che amo.
D. Chi sono gli artisti che hai "rubato" e che ami...
R. Ci sono molte persone che ho rubato... Kenneth Anger, Tony
Duvert... ma ho rubato anche le immagini di molti miei amici, per esempio
in "Race d'EP" ci sono sei persone che, in vari modi, sono
morte dopo la fine della lavorazione del film... quando fai un film
tu tocchi la vita e la morte nello stesso tempo e questo ti dà
una grande responsabilità.
D. Hollywood pare abbia scoperto negli ultimi tempi i gay. Alcuni
films recentemente prodotti dimostrano che questo è un mercato
molto redditizio e tuttavia ancora poco esplorato...
R. Detesto la gente che fa i soldi sulla morte della gente, sulla
povertà della gente... e la mia vita è in ogni momento
una lotta contro questo stato di cose. Penso che questi successi abbiano
ragione nel fatto che i gay si chiudono ancora nei ghetti e magari fanno
un commercio del loro corpo: per me questa gente è terribile,
ignobile, peggiore della middle class eterosessuale. Resterò
per sempre all'infuori dei ghetti e gli ultimi films, che sto preparando,
sono dei films che s'indirizzano ad un tipo di pubblico assolutamente
generalizzato. Oggi i gay, come tu dici, sono un'enorme forza utilizzata
dagli uomini politici, dal potere e dal commercio, ed è un peccato
che certe concessioni siano scambiate come libertà.
D. Cos'è per te il film...
R. Il film è suono e immagine: essi hanno un potere molto
forte, un potere che dobbiamo usare per gridare la nostra pena e i nostri
problemi in maniera tale che essi siano sentiti. In più il film
è un biglietto d'aereo per viaggiare il mondo, la possibilità
di incontrare molta gente e di imprimere e ricordarsi dei loro sentimenti
e del loro amore.
Enzo Terzano
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