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Articolo:
E. Terzano, "Film e biofilm " in Il nuovo laboratorio, Bologna, a. II, n. 8-9, ottobre-novembre, 1983.

Film e biofilm


Il nostro occhio è un obiettivo biocuare grandangolare. Con le sue funzioni abbiamo il corpus informativo di gran lunga più completo del nostro organismo.
Con lo sguardo manipoliamo il mondo circostante - e lo riduciamo estendiamo al campo desiderato, rimanendo nell'ambito delle possibilità offerte dal grandangolo naturale di cui siamo dotati.
Gli occhi godono di una posizione privilegiata, nella topografia del corpo umano, sono in diretto contatto con il cervello organo di registrazione, elaborazione, archiviazione di tutte le informazioni provenienti dal complesso degli organi sensoriali.
Nella tecnologia cinematografica le funzioni di registrazione e archiviazione delle immagini sono concentrate nella macchina da presa in diretto contatto - obbiettivo, pellicola, magazzino -. Le funzioni di mobilità, registrazione del suono sono aggiunte esterne, collegate al complesso primario della mcchina da presa. Va da sé l'associazione cavalletto-carrello dolly, collo-busto-gambe, complessi garanti le funzioni multiple di mobilità. L'occhio, l'orecchio, la bocca.
Prendendo in esame particolari macchine che entrano nel nostro universo quotidiano, siano esse meccaniche o dell'ultima generazione elettronica, vi si possono trovare delle similitudini progettuali con le funzioni base del nostro organismo. C'è una scienza che si occupa di questo: la bionica.
Queste funzioni sono ridotte, smembrate e prodotte in nuove associazioni, ancora molto al di sotto dei potenziali degli originali: ovviamente più "freddi". L'imitazione dell'ingegneria naturale è estesa a impianti provenienti dal mondo animale e vegetale.
Il cinema figura come un'estenzione della "tecnologia" naturale del sistema percettivo delle immagini, associabili al linguaggio verbale, e anche della loro "naturale" elaborazione.
Il facile contatto sensoriale che s'instaura fra il modo percettivo umano e il cinema è la cifra indiscutibile della fruibilità del film. Il cinema rimane in ogni modo una copia imperfetta di quelle capacità percettive e non si esclude che tenda ad evolversi tecnologicamente: verso la tridimensionalità ad esempio.
Rimane il problema delle durate, legato al linguaggio specifico del film. Il nostro sguardo è l'artefice principale del biofilm: il detentore è il regista, lo sceneggiatore, l'operatore, il montatore, il produttore, il fotografo e anche, ma non sempre, l'interprete principale.
Il cinema, la sua fortuna, la sua bellezza e fascino, sono state e sono la possibilità di arricchire il proprio universo sensoriale di innumerevoli altri, diversi ma omogenei, universi sensoriali.
Con lo sguardo riduciamo, addolciamo, rettifichiamo, esageriamo il reale. Operiamo selezioni istintive ovvero consapevoli. Immaginiamo fiori nel deserto della nostra ansia e templi creduti solidi sulla nostra oggettività. L'effetto di realtà al cinema è la meraviglia di aver messo a punto una tecnologia che ha sufficienti elementi di derivazione fisiologica "caldi" in macchine che producono la "realtà" in maniera "fredda" - e meccanica appunto -.
Il cinema sembrerebbe dunque una parte della fisiologia umana trasposta. Quando una MDP riprende il reale senza nessuna manipolazione di fiction - piano sequenza in candid camera - la realtà non ne risulta meno tradita di quanto la tradisce il soggetto che vive ignaro all'interno della situazione filmata. E' una costruzione in abisso: il soggetto (oggetto della ripresa) ricostruisce seleziona secondo il proprio punto di vista "caldo" e secondo il suo immaginario; è a sua volta ripreso da un punto di vista "freddo" (la macchina da presa); ordinato dal punto di vista del regista - "caldo"-.
Il bio-film "girato" dal soggetto - oggetto inconsapevole immerso nel profilmico - sarà ovviamente molto diverso dal film tout-court. Non tanto per gli ovvi punti di vista differenti. Entrambi i punti di vista falsano il reale. Il soggetto autore del bio-film lo falsa attraverso il suo immaginario che seleziona, compone, mixa, ascolta, interviene secondo le proprie scelte, convenienze sociali, mire ecc.; il regista-MDP coglie una realtà parziale, piatta, asettica, ridotta perché priva di ricostruzioni, di analisi, di montaggio, di movimento: operazioni che nel biofilm di ciascun soggetto si svolgono automaticamente e che il film non riuscirà mai ad impressionare e che al limite, con altri intenti, può tentare di ricostruire.
Questo non è il cinema, nemmeno documentario e se lo è rimane di una valore semantico basico e poco evoluto, piattamente evocativo, un dettaglio. Se di un valore informativo minimo si può parlare sarà suffragato solo dal tipo di evento filmato, della scelta dell'angolazione di ripresa, che sono gli stessi elementi validi a confutare la pretesa ripresa dalla realtà.
La realtà filmabile è satura delle varie realtà-soggetto che la compongono. Cioè infilmabile. La realtà è un complesso di ricostrizioni individuali: plurisemantica, irriducibile in un solo punto di vista. Il reale è dunque finito; solo la finzione può essere scambiata come realtà. Ogni soggetto guardante ha il suo stile percettivo un po' come ogni regista ha un modo di "guardare" il profilmico.
Molto dell'immaginario collettivo è risultato in molti films in varie epoche. Molti films di questo immaginario hanno fatto il loro successo. Molti successi si costruiscono con il plagio dell'immaginario collettivo.

Enzo Terzano