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Articolo:
E. Terzano, "Falso movimento" in Il nuovo laboratorio,
Bologna, a. III, n. 12, gennaio 1984.
FALSO
MOVIMENTO
Uno
dei pochi gruppi di sperimentazione teatrali italiani che possa vantare
un certo riscontro internazionale, in una panorama screditato e avvilente,
sia a teatro che a cinema, é, il napoletano Falso Movimento.
Falso Movimento è alla seconda prova di rilievo con l'OTELLO
appena visto a Bologna grazie al Testoni InterAction. Ora lo spettacolo
è in giro per un fitto tour nazionale e ha sbaragliato ogni possibile
concorrente che siano i Magazzini Criminali o La Gaia Scienza confezionatori
di spettacoli a volte terribilmente noiosi ("Sulla Strada";
"Cuori Strappati") dove, in margine ad un'apprezzabile ricerca
multimediale e a soluzioni sceniche di notevole ingegno, fa capo una
presenza in scena disarmante di ogni godibile convincimento e decisamente
statica - di qui la noia -.
L'OTELLO diretto da Mario Martone merita giustamente il coro di note
positive che la stampa italiana gli ha accreditato per via di questa
netta distanza presa dal "provincialismo di certa nostra sperimentazione".
Non a caso si cita spesso il costume cinematografico di Coppola e non
cade a sproposito: in fondo c'è la medesima spregiudicatezza
nell'impiegare media contemporanei per riscrivere un linguaggio, in
questo caso quello teatrale, sull'onda dei mezzi d'informazione e di
comunicazione.
I complessi di colpa verso i demonizzati media cadono e McLuhan viene
sfoderato solo come assertore di quelle note apocalittiche non certo,
almeno apparentemente, concilianti con un uso spregiudicato dei nuovi
mezzi. Le angosce di McLuhan in fondo erano altre. Così che i
figli della televisione e del cinema cominciano anche in Italia a produrre
frutti visionari e a scrivere con immagini in movimento persino testi
teatrali e come in questo caso lo spazio della scena è trasformato
in grande schermo multiplo composto da tredici spazi, in quinte e siparietti,
sui quali si proietta in vari modi.
Diaproiettori in quindici postazioni differenti e cinque proiettori
in S8 e in 16 mm; sono assenti i monitors ma in complesso l'effetto,
a tratti, é molto da fumetti in TV. Molto cinema anche: si é
detto del piroscafo Normandie come parente del Rex di Fellini; della
Desdemona (Licia Maglietta) come magnifica preda alla Marylin; si cita
Pepé le Moko; gli anni '40; il cinema francese sulle avventure
coloniali; Fred Astaire per Iago (Tomàs Arana) e il nominato
Coppola e non ultimo Wim Wenders nel nome stesso del gruppo.
Verdi e il melodramma italiano sono invece un pretesto per fornirsi
di una storia - e fin qui niente di male se grazie a questa si ottengono
quelle suggestioni levantine tanto care allo spettacolo - e anche di
agganciarsi ad un parente ricco, vanto e gloria del made in Italy, riscoperto
da poco soprattutto a cinema insieme a tutta la grande tradizione lirica
nostrana.
Nonostante l'accorta scelta di un Otello diretto da Karayan e interpretato
dal mitico Mario Del Monaco troviamo, unico neo, Peter Gordon l'autore
della colonna sonora dello spettacolo, per il resto godibilissima, decisamente
presuntuoso quando dice "non so come Verdi comporrebbe (l'Otello
ndr.), ma io nel XX secolo lo vedo così".
Quel sassofono, fra le altre manipolazioni, che ruba la melodia al tenore
é una trovata decisamente kitsch e realmente poco piacevole alla
quale non rimane che rispondere, per dirla con l'interprete del film
Diva di Beinex: "io sono un lirico".
Enzo
Terzano
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