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Articolo:
E. Terzano, “Vegna il cavalier sovrano”, Bologna, a. III, n. 15, giugno, 1984, pp. 38-42.

"Vegna il cavalier sovrano"

Il cronista sembrerebbe sorpreso d'essere toccato a lui, per sorte, trovare il pennello fra le ossa. Così l'architetto, che tiene ai reperti e alla loro originaria collocazione, persuaderebbe il pittore a non impadronirsene e a lasciarlo lì, nascosto dietro il gruppo in travertino: del drago, dell'angelo, del libro e dell'aquila. Che non se ne parli, il pennello è solo un elemento letterario, un contorno alla, probabile, grande scoperta. E poi sembrerebbe di fattura recente, non più di un centinaio d’anni vecchio. Collocato all'epoca dei primi restauri di questo secolo da uno sbandato operaio delle maestranze. O lasciato da un ignoto che forse conosceva il nome del personaggio sepolto in questa enigmatica tomba e del quale oggi perseguitiamo il segreto nel desiderio di svelarlo. E non bastò allora violare il protiro e, qualcuno dice, bruciare le ossa, e le ceneri spargerle per rito per la campagna circostante ad arricchire il magro terreno del pascolo, cancellando così, per sempre o per caso, la possibilità di ricostruire un itinerario di storia. Ricollocarono all'interno della tomba altre ossa di altre persone, forse di monaci i cui resti i pavimenti di pietra segata e ben squadrata conservano in innumerevoli ipogei. Non ci sarebbero giunte, in questo modo, le ossa originarie e chissà cosa d’altro contenuto nel sarcofago e il violatore, custode unico, ormai, di un segreto affascinante, avrebbe lasciato un segno: un pennello a testimonianza di un’identità che non si sarebbe creduta più, di poter scoprire. Ingenuo di un romantico non è solo un corpo con i suoi resti a denunciare una presenza. Parlano di lui così da lungo tempo le immagini dei bassorilievi e delle sculture, la loro traducibilità in giochi di parole, di essere sottile rimando, di avere quella naturale capacità di svelare e di chiarificarsi all'occhio attento che è capace di rubare il segreto al gioco. O, in un'ultima ipotesi, il disperato ed unico messaggio lasciatoci in epoca moderna da uno studioso accorso sul posto dopo aver appreso che cancellate le ossa e le testimonianze celate per secoli dall'urna, più nessuno, e lui stesso impossibilitato a svelarlo, avrebbe posseduto il segreto. Un pennello, un pittore...

Sculptura est Laicorum Literatura

1266. La tomba monumentale all'interno dell'edificio (Fig. 1) è ufficialmente datata negli anni stessi della transizione della Badia della famiglia degli Avaleri a quella dei Lupara. La tomba non ha iscrizioni che contengono una datazione precisa né elementi epigrafici per una diretta identificazione del personaggio cui appartiene. Per ciò la nostra analisi parte dallo studio degli elementi figurativi che appaiono sul complesso monumentale della tomba e dell'edificio, in forma di chiesa, che lo ospita.

La tomba. Nel gruppo scultoreo in travertino (Fig. 2), sia l'aquila che il drago conservano, nonostante i restauri affrettati dagli anni '20, tracce di colorazione. L'aquila conserva una scialbatura di colore rosso e il drago, posto sotto i piedi dell'angelo, di colore verde. Il particolare dell'aquila, con il collo marcamente ricurvo con la scialbatura rossa unita a quella verde del drago, ci informa di una decorazione simbolo di una onorificenza - una insegna privilegiata - assegnata da Papa Clemente IV nel 1265 alla nobiltà di parte Guelfa. Questo primo elemento segnala l'appartenenza del personaggio, in esame, alla nobiltà di parete Guelfa. Quest'appartenenza è stata fin'ora negata secondo il dato che vuole di stile diverso, dal resto degli elementi figurativi della tomba, e quindi appartenente ad un'altra epoca, il gruppo scultoreo in travertino. Il gruppo dell'aquila potrebbe essere dunque un frammento appartenente ad un altro edificio: si noti l'asprezza e la linearità incisa di quelle figure senza moto e come, sopratutto nell'aquila, lo spazio si sia solidificato e a mobilizzarlo non bastano le linee divergenti dell'esecuzione del piumaggio che, anzi, ne accentuano la staticità e la frontalità. Tutto ciò, in evidente contrapposizione con il resto della tomba, dove, sulla statua che ricopre il sarcofago, si rivela una contrapposizione del drappeggio che innesta linee di fuga centripete, a forma di conchiglia, rafforzate dal senso d’apertura dei siparietti laterali, sorretti dai due angeli (Fig. 4 e 5). Gli angeli sono in atto di aprire i siparietti e svelano frontalmente il corpo del defunto, prima celato, all'osservatore. Una plasticità sostenuta dalla superba morbidezza del panneggio delle tende che disegnano e si adagiano sul corpo degli angeli, con rara naturalezza per l'epoca della datazione ufficiale che la considera realizzata nella seconda metà del duecento. Rilevata questa differenza di stile e di epoche, fra il sarcofago e il gruppo in travertino, riteniamo che quest'ultimo non sia stato casualmente, come materiale di recupero, posto sulla tomba per puro completamento. Già l'elemento dell'aquila posta sulla cuspide della facciata dell'edificio (Fig. 6), è un chiaro rimando all'aquila sulla tomba. Il gruppo in travertino è quindi un elemento scultoreo originale, nel senso che ha avuto una collocazione volontaria di segno altamente connotante, dal quale trarre tutte le informazioni che gli sono state affidate. Come frammento dell'alto medioevo in stile barbarico è senz'altro un anello di congiunzione tra la tomba e il ciclo scultoreo della facciata (Cfr. articolo N. 4 di questa serie). Al lato del Cristo benedicente da seduto, appaiono due scudi bandati, questi ci indicano con precisione che siamo di fronte ad un cavaliere. Lo scudo bandato è il simbolo della cavalleria. Un cavaliere che indossa la cocolla, abito tipico dei monaci, segno in netta evidenza sulla statua che ricopre il sarcofago. La presenza, vistosamente segnalata, degli scudi bandati e della cocolla, ci fanno presumere che siamo di fronte ad un cavaliere appartenente ad un ordine religioso e per via, del simbolo dell'aquila, nobile e di discendenza reale. Torniamo al gruppo in travertino. L'aquila trattiene tra gli artigli un libro aperto con incisioni sulle due pagine. Ci troviamo di fronte ad una sorta di epigrafe ed epitaffio nello stesso tempo. Un epigrafe perché è una iscrizione che appare su un libro, ma nello stesso tempo un epitaffio perché è un'iscrizione che appare su un monumento funebre. Se consideriamo la supposta appartenenza a due epoche differenti dei due gruppi scultorei, sarebbe giustificata l'interpretazione dell’iscrizione come epigrafica e niente altro. Tuttavia le ragioni introdotte che ci hanno fatto ritenere il gruppo in travertino un elemento scultoreo originale, ci suggeriscono un'ipotesi affascinante. La dissimulazione in forma di epigrafe dell'iscrizione soggiace alla volontà di nascondere, con un ulteriore inganno visivo - il primo era sugli stili - un epitaffio vero e proprio. Elementi che, per la loro scontata attribuzione, sarebbero preziosi nel portare verso l'identificazione di un personaggio che ormai è da credere ostinato nel voler rimanere sconosciuto all'indagatore superficiale e che, giocando sugli stili e tessendo inganni visivi, costruisce allucinazioni interpretative raffinate, tendenti ad approdi consolatori ma falsi. (Precedente puntata ne Il Nuovo Laboratorio n. 14)

Enzo Terzano