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Articolo:
E. Terzano, "Oh quanto parve a me gran maraviglia" in Il nuovo laboratorio, Bologna, a. III, n. 16, luglio-agosto 1984, pp. 40-45.


"Oh quanto parve a me gran maraviglia"


Il gruppo si perderebbe per la campagna circostante a godere di un relax meritato nel pranzo. A vedere la piccola valle, ondulata leggermente, apparirebbe composta piena di un fitto bosco, per nascondere a tutti, un tempo, la vista della badia.
O se ne vedeva, forse, il campanile a forma quadrata, un metro o poco meno, più avanti della chiesa. Questo, è certo, richiamava i viandanti in pellegrinaggio a Gerusalemme, a S. Nicola di Bari, a S. Michele sul monte Gargano, verso il Sud comunque, invitandoli, a fermarsi, che lì, c'era ristoro e frescura e fede.
Un treno passerebbe con due sole vetture, con andatura lentissima per via della propulsione a kerosene, e scenderebbe fino a valle, fino al fiume e al mare. Lo si potrebbe toccare, tanto pare un giocattolo, a svincolarsi fra curve continue e gallerie brevissime, per lo più ponti, in un percorso che un tempo, all'epoca della sua costruzione, rispettava i confini dei terreni, facendovi passare, in mezzo, la linea, senza danneggiare, troppo, alcuno. Il cronista si allontanerebbe dall'architetto per tornare verso l'Abbazia.
Sul portale dell'entrata Est, piccolo ma decoroso ingresso sul retro, utile alle abitazioni dei monaci, avrebbe notato, sulla sinistra, una testa di agnello conficcata nel muro, nella cui tempia forata, si legavano i cavalli dei contadini, che lì portavano cibi e bevande dalle terre più a valle, per i numerosi ristori. Sul portale si leggerebbe una data. Una data scomposta. Sulla sinistra ad altezza d'uomo, due numeri, l'1 e il 7.
Sulla destra, alla stessa altezza, un 8 e un 4. Non sono numeri che formano una data antica, eppure gli eretici e i Templari con i numeri facevano magie e penitenziagivano. Così che a leggerla per intero verrebbe 1784.
Se scomposti per formare un'altra data, senza invertire la successione, 1.7.84.
E per giocare, il cronista, s'inventerebbe di spostare il 7 e l'1, ottenendo 7.1.84. Esattamente la data nella quale il gruppo si abbandonerebbe al viaggio. Che poi è "il giorno prima del giorno che è oggi" penserebbe il cronista. Ma un panico leggero lo prenderebbe alla gola fino a crescere nella bocca dello stomaco. Una coincidenza è solo una coincidenza. Quella data potrebbe essere il segno probabile di una successione di poteri o di un semplice restauro del lato della Badia o, per ipotesi azzardata, la data della violazione della Tomba. La vita è un romanzo, per ora, l'informazione data dai numeri scomposti, sarebbe accettata come, terribilmente, vera.

OMNIS MUNDI CREATURA, QUASI LIBER ET SCRIPTURA 7 Agosto 1148. Il primo documento noto che faccia riferimento all'edificio porta questa data e si riferisce al giorno di consacrazione della chiesa (costruita "under the auspices of a Norman Baron" (E. Jamison). Le sculture, che ornano le pareti esterne, sono da attribuire, secondo gli studi della Jamison, a Nicodemo, Ruggero e Roberto (suo figlio).
Questi ultimi avevano realizzato altre chiese nella stessa area, sotto il patronato di Rainaldo di Collemezzo, abate di Montecassino dal 1137 al 1166. Signore del posto era Robertus Avalerius al quale, nel 1266 successe la famiglia dei Lupara.
Nel 1456 la Badia fu rovinata da un terremoto e probabilmente fu abbandonata.
Nel 1587 il complesso fu unito al collegio di Montalto Marche da Papa Sisto V. Un successivo terremoto nel 1668 dovette procurare altri notevoli danni alla Badia.
Solo nel maggio del 1703 la chiesa fu riconsacrata, la Badia ridimensionata nella forma attuale, dal cardinale Orsini.
LA FACCIATA SUD
Partiamo con l'analisi del bassorilievo della lunetta sovrastante l'entrata laterale della chiesa (Fig.1), che raffigura Alessandro Magno "elevat per griphos ad aerem"; l'ascensione in cielo dell'imperatore romano attraverso due grifoni o aquile chiamata Apoteosi. Alessandro è raffigurato "entro un grande paniere appoggiato alle groppe affrontate di due grifoni a cui mostra l'esca" (C. Settis Frugoni "Historia Alexandri…" Roma 1973), che la tradizione vuole siano due bastoni alla cui cima è appeso fegato di cavallo. In questo caso sono raffigurati, al posto dei bastoni, due martelli - "la duplicazione è dovuta alla legge della simmetria e della frontalità" - che sono una variante di un'iconografia vasta, che vuole "l'auriga vittorioso… rappresentato con in mano due fruste o due scettri" o come sulla stoffa di Montpézat "con… due corone" (Idem). Nell'archivolto della lunetta, in posizione centrale, è raffigurato un Agnus Dei - Agnello Divino con il collo rivolto verso la croce - .
Questo elemento e la presenza del profeta Giona (Fig.2), sui sostegni laterali del frontone del portale principale, riferiscono degli unici momenti "evangelizzati" di un ciclo molto fitto e con "vistosa presenza" di "episodi profani tratti dal repertorio epico dei Romanzi" (Idem). Ai lati dell'archivolto due draghi con la bocca spalancata, simbolo, secondo la Jamison - alla quale fa eco la Settis Frugoni -, dell'Inferno. Le analisi di queste studiose propongono le due sole immagini - l'Agnus Dei e Giona - rappresentate nel ciclo scultoreo dell'esterno, come segno evidente della visualizzazione di "una precisa situazione evangelica". Allo scopo, la Settis Frugoni, si cura di riportare l'iscrizione che sovrasta la lunetta - "cosa che l'autrice (la Jamison ndr) ha trascurato di fare" - come un ulteriore elemento probatorio di quest'ipotesi. In questo modo, ci sembra, si vogliono ansiosamente archiviare i dati visivi di un'evidentissima ispirazione profana ed eretica del ciclo scultoreo, al quale, fino ad oggi, non si è riusciti ad attribuire un'origine e dei significati plausibili. È necessario, invece, evidenziare il dato di una presenza atipica nell'area geografica - centro-sud - nella quale la chiesa si situa. Quell'equivoco rimando, in un sud allora quanto mai lontano, di una squisita conoscenza letteraria di respiro internazionale e in netto anticipo sui tempi - a volte sul filo della stessa stesura dei poemi in Nord Europa -, unita a quell'esecuzione dei cicli scultorei, presenti sulle facciate, che sembrano apparentarsi stilisticamente, in maniera sorprendente, a prodotti dell'VIII sec. (Fig.3), dovrebbero indurre ad analisi più approfondite.
La stessa Settis Frugoni parla della presenza nel ciclo scultoreo di illustrazioni di "episodi della Chanson de Roland" in mezzo ad una serie di altri. Vale a dire che a Nicodemo, Ruggero e Roberto si chiedeva nel 1148 di essere attivi con stili esecutivi che li precedevano di almeno cinque secoli, e di raffigurare episodi di una cultura raffinata e laica, allora in atto di nascere, con almeno un secolo ed oltre in anticipo, rispetto alla reale diffusione in tutta l'Europa occidentale dei poemi cantati dai trobadori provenzali?
Torniamo all'iscrizione che sovrasta la lunetta. In essa campeggiano queste parole "Quicumque fecerit voluntatem patris meis qui in celis est ipse intravit" (Fig.4). Si fa riferimento ad un passo evangelico - Matth. 7,21 - ma mutilato nella prima parte e delle ultime tre parole. Riporto in proposito il passo tratto da una Bibbia che circola dal VII secolo fino al XVI secolo quando verrà riconosciuta ufficialmente dalle autorità ecclesiastiche, quindi una fonte assolutamente attendibile di composizione del passo, che copre ampiamente i periodi storici presi in esame (Bibbia Vulgatae).
Il testo recita: "Non omnis, qui dicit mihi, Domine, Domine, intrabit in regnum caelorum: sed qui facit voluntatem Patris mei, qui in caelis est, ipse intrabit in regnum caelorum". Il passo riportato nell'iscrizione ignora la prima parte del passo biblico e le ultime tre parole "in regnum caelorum". In più al posto di "qui" viene iscritto "quicumque", al posto di "mei", "meis", e al posto di "intrabit", "intravit".
C'è da notare che i lapicidi esercitavano con accenti e simbologie grafiche la contrazione delle parole in modo da inciderla più velocemente. Non è evidentemente il caso dell'iscrizione presa in esame. In questa si preferisce incidere "quicumque" al posto di "qui", che conserva intatto il significato ed è più breve; "fecerit" al posto del più breve "facit" e qui si ha anche un'alterazione del tempo del verbo. Il "fecerit" richiama indubbiamente il tempo espresso da "intravit" ed insieme connotano il passo di una interpretazione che rivolge al passato l'azione. Quindi non si "entrerà" - "intrabit" - nel regno dei cieli per chi fa - "facit" - la volontà del Padre, ma "entrò" - "intravit" - chi "avrà fatto" - "fecerit" - la volontà del Padre. Del resto non ci sentiamo di dover apportare correzioni al passo, riportandolo all'esatto significato biblico, perché se ci è giunto attraverso i secoli in questa forma, in questa forma deve essere considerato.
Bisogna aggiungere che il "meis" è un errore di trascrizione perché in latino non esiste. Potrebbe essere "miei" in un latino volgare, ma ciò va verificato attentamente con un'analisi filologica adeguata. In più la presenza nell'iscrizione di lettere eseguite in vari caratteri, lascerebbe supporre dell' "ignoranza" dell'esecutore, che evidentemente cita a memoria e scrive mischiando sistemi grafici. Nella Badia esisteva, però, senz'altro una Bibbia.
Trattandosi poi di una chiesa "templare", che conosciamo maestri di crittografia, il passo potrebbe essere stato piegato ad un sistema compositivo e quindi di lettura, che celerebbe un'altra frase portatrice di significati che, evidentemente, non potevano essere palesati impunemente. Per un'identificazione della chiesa come appartenente all'ordine dei Templari valgano, per ora, a conforto, le croci templari scolpite in netta evidenza su tutte le colonne portanti le navate (Fig.5) e il Cristo benedicente (Fig.6; si rimanda all'analisi compiuta nella II° puntata, Laboratorio n.15).
La traduzione letterale dell'iscrizione recita "chiunque abbia fatto la volontà del padre mio che è in cielo questi entrò". È possibile comunque attribuire significati sibillini alla citazione biblica, (che qui è riportata con una variazione dei tempi, nei verbi che danno il senso al passo) se proprio l'ipotesi di una scrittura "nascosta" si dovesse rivelare infondata. E questa, dunque, facendo riferimento ad "ascensioni" possibili solo in un passato remoto e pagano, suggerito dal tempo storico dell'ascensione alessandrina riportata nella lunetta, negasse la deificazione ascensionale - si "entrò" non si "entrerà" - in un epoca - XII e XIII secolo - dove la redenzione collettiva veniva prospettata come gratificazione di una vita di "fede" e qui, riportata, come illusoria partenza per un paradiso, che, i Templari, non credevano esistere.
Ad un occhio che non tenga conto, nell'analisi, che questa chiesa, templare, fu organizzata nei cicli scultorei con un'accortezza estrema, tendente a sviare l'osservatore non "iniziato" da una loro corretta interpretazione e identificazione del personaggio che vi è sepolto, traggono in inganno gli elementi evangelici forniti in proposito.
Anche quando questi elementi evangelici sono citati, sono piegati e riferiti abilmente ad un'ideologia religiosa eretica, che, non poteva, proprio per questo, apparire in tutta la sua natura. L'ordine dei Templari e l'eresia albigese furono ferocemente repressi dalla Chiesa di Roma e in particolare da Papa Giovanni XXII. Infatti il passo della Bibbia, riferito a Matteo, soprattutto nella prima parte assente dall'iscrizione, è citato a insegnamento del peccato d'orgoglio, che è considerato "peccato di ribellione contro Dio", tanto che "Quantum est malum superbiae… sed ipsum Deum adversarium habere mereatur" (cit. J.Cassiani in Settis Frugoni pag.334), e quindi di conseguenza temuto come "…particularly heinous" (M.W. Bloomfield idem in Settis Frugoni) e indicato ai monaci e ai pellegrini della Badia, doverosamente in vista su un portale. Ed è Alessandro che con il suo sconfinato orgoglio è scelto a rappresentare il vizio "maggiore", la Superbia, ("Da poi che fu la terra da lui vinta,/ da due grifoni in ciel si fé portare / col scudo in braccio e con la spada cinta." -M.M. Boiardo idem pag.336). Facendo ancora riferimento al testo della Settis Frugoni si apprende che la "frequenza delle rappresentazioni della nostra leggenda (n.d.r. dell'ascensione di Alessandro) nel XII secolo, con un calo nel XIII, collima perfettamente con l'affermazione dello Huizinga che situa nel XIII secolo il declino della Superbia come "radix peccati" nella valutazione collettiva…" (pag.336). Si registra quindi in questi secoli il declino della rappresentazione dell'imperatore Alessandro come simbolo dell'orgoglio luciferino. Mentre si afferma soprattutto nel XIV secolo, un nuovo modo di rappresentarlo che attinge a quell'"Alessandro profano…, i cui elementi di attrazione provengono dall'atmosfera fastosa e cortese dei Romanzi…" (idem) ai quali, gli episodi narrati nel ciclo scultoreo della facciata, fanno palese rimando con tanta anticipazione sui tempi, si parla di almeno due secoli.
Nel nostro caso la rappresentazione di Alessandro potrebbe appartenere, con tutto il ciclo scultoreo della facciata disposto ampiamente a conferma, al periodo di rinascita del mito alessandrino; narrato, non più in funzione di una simbologia evangelica, ma come episodio esemplare di un mondo eroico del quale si rimpiange la scomparsa e si torna fastosamente ad ammirare le gesta. Ma non si può a questo punto evitare la congerie di date che c'investe in pieno. La chiesa è fatta risalire ufficialmente al XII secolo, mentre noi ne discutiamo gli elementi figurativi come appartenenti al XVI secolo. Secondo gli elementi fin'ora portati a conforto di quest'ipotesi, invero azzardata quanto affascinante, è emersa come insostenibile la datazione ufficiale. A questo proposito vorremmo riassumere due convincenti ragioni. Primo: la lunetta con l'ascensione e l'iscrizione biblica, suonano nel contesto nel quale compaiono, dissonanti stando alle analisi della Settis Frugoni e della Jamison, e trovano invece legittimità interpretativa se considerati in questa nuova luce. Secondo: nel ciclo scultoreo sono rappresentati episodi tratti da prodotti letterari di una cultura successiva alla prima metà del XII secolo. E ciò impone irrisolto un altro grande problema: gli episodi narrati nei rilievi ornamentali della facciata a livello di "contenuto" si riferiscono ad una cultura che si diffonde ampiamente solo a cavallo del XIII e XIV secolo, mentre la "forma", lo stile d'esecuzione, sembra rimandare ad un'altra cultura, quella "barbarica". Sembra appartenere più ai "rozzi lapicidi" dell'VIII secolo che ai protagonisti della "figuratività romanica".
Ed è nella prima metà del '300 che questi episodi vengono scolpiti da una mano colta e pregevolissima, di raffinata cultura letteraria e che è in grado di eseguire "à la manière de" quel "volgare figurativo" che "andando più indietro" della cultura bizantina, recupera il "classico" romano e greco. E che fiorendo nel VII e VIII secolo segna il passaggio dal "dominio bizantino a Carlo Magno e alla formazione del nuovo impero romano d'Occidente" (Argan Vol.1) protago(…).
(….) che è presente in un bassorilievo del ciclo (fig. 7) in compagnia di Orlando (fig.8) nuovi eroi della letteratura epica e cavalleresca che nella facciata di questa chiesa trovano una collocazione di tutto rilievo. Inoltre consideriamo attendibile l'ipotesi che vuole l'edificio e la tomba monumentale dell'interno, come un tutt'uno, fatto realizzare nella prima metà del XIV secolo da chi, volendo celata la sua identità e appartenenza religiosa, avesse commissionato ad un grande artista del tempo un "falso storico" realizzato in piena coscienza e con tutti gli elementi figurativi articolati stilisticamente e rappresentativamente, come tessere di mosaici, apparentemente inconciliabili, ma, in realtà, perfettamente dialoganti e significanti.
Sotto questa luce l'ascensione di Alessandro rappresentata nella lunetta laterale, non è da considerare in relazione con l'Agnus Dei e con Giona secondo le conclusioni della Settis Frugoni. Né direttamente all'iscrizione secondo il significato biblico che, come si è visto, è "falsato". Che questi, altresì, insieme, non assumono "un valore preponderante, rispetto alle altre storie che decorano la chiesa" (Settis Frugoni pag.302) secondo un'analisi che vuole archiviare in fretta i "preponderanti" elementi profani, definiti incomprensibilmente "storie gratuite" (forse qui citando, la Settis Frugoni, gli studi della Jamison). Ma che l'ascensione di Alessandro, sebbene ingabbiata in un inganno visivo, è un rimando squisitamente laico alla cultura del tempo, e un altro all'inosservata e splendida Apoteosi di elementi figurativi e architettonici della facciata principale. Ma di questo ci occuperemo nella prossima puntata.

Enzo Terzano
(III continua)

Si ringrazia l'Architetto Antonio Petroro e per questa puntata la collaborazione delle ricerche di Ornella Castagni.

Precedenti puntate su "Il nuovo Laboratorio" n. 14 e 15.