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Articolo:
E. Terzano, "Come la Tosca in teatro" in Il nuovo laboratorio, Bologna, a. III, n. 16, luglio-agosto, 1984, p. 89.

Come la Tosca in teatro


E' proprio vero "è l'anno di Tosca". Dopo aver segnato l'apertura del sessantaduesimo Festival dell'Opera Lirica dell'Arena di Verona con la regia di Sylvano Bussotti e le scene di Fiorenzo Giorgi, anche a Roma, con le cure di Mauro Bolognini e di Gianni Quaranta per le scene, si apre con l'opera pucciniana la 43° stagione delle Terme di Caracalla.
Si riscopre così vistosamente Tosca, nell'anno del giubilo hitchcockiano e, mi si consenta il parallelo apparentemente lontanissimo, può essere ragione di ingegnoso e godibile confronto con un modo di narrare che per certi versi è identico, anche se si offre in tempi lontani e con due specifici diversi: il teatro lirico e il cinema, appunto.
Già Bussotti, in quello scritto breve ma denso che é "Tosca, un istante dal barocco", ci svela questa inusitata prospettiva e ci affascina, ancora una volta, della sua capacità di sapersi votare fruttuosamente al multimediale. Ed é questo non chiudersi a riccio dentro i limiti oggettivi del proprio operare artistico, ma l'aprirsi avidamente ad altre esperienze, che segnala, già nello stesso Puccini, il desiderio di espandere e nutrirsi di altri amori, magari nuovissimi, come il cinematografo.
Tanto che Bussotti parla di una "Tosca (che) equivaleva, pari pari, ad un film dell'orrore", con quell'insaziabile e spregiudicata "volontà di essere moderno" che Puccini, "a dispetto di quell'ottocento che non doveva poi essergli tanto caro", opponeva agli ottusi critici ufficiali. Critici che, in ristrettezze di vedute, giudicavano la Tosca, non cogliendone il sapore spiccatamente d'avanguardia, che allo stesso Giulio Ricordi, in veste di editore, procurava lunghissime ore di "celebre insonnia".
(Questa insonnnia risiede) nella scelta di un testo, tratto da una tragedia in cinque atti di Victorien Sardou, recitata con successo dal 1988 da Sarah Bernhard, che, con un doppio omicidio e un doppio suicidio, é denso di quella "sete, o febbre di raccapriccio" che "soddisfa lautamente i bassi appetiti...delle folle".
(Questa sete) è acutamente raggiunta dal cinema, allora in vertiginosa espansione e che, come sostiene Dino Villatico, a proposito della sua costruzione drammatica esponenziale nel crescendo ossessivo di tensione violenta e di crimine, si tratta di un testo che "Hitchcock non avrebbe potuto fare meglio".
Non é solo nella "drammatica" del libretto della Tosca il valore innovativo dell'amatissima opera di Puccini, ma è anche, e marcatamente visibile, nella partitura alla quale il compositore ha riservato un'attenzione per un lavoro - per dirla con le sue parole - che "mi é costato tanto pensiero". E ciò merita quella "speciale vertigine" che solo un "congegno infernale" è in grado di provocare, nei suoi tratti veloci e con quella rara capacità di sintesi che poco concede alle "ridondanze dello stile" e ad espedienti che nulla avrebbero aggiunto, alle soglie del nuovo secolo, alla scena lirica.
Ritornando, per un attimo, alla messa in scena veronese, aggiungerei che Bussotti, nella sua poliennale specializzazione nelle regie pucciniane, abbia colto in pieno il modo di rappresentare un'opera che è sicuramente difficile da realizzare in una megastruttura e per il megapubblico dell'Arena. (La Tosca infatti) manca, tranne che per il Te Deum, di scene di massa e anche per via della partitura "divinamente fugace", così che questa Roma barocca immersa nel "noir" e riflessa nelle sue magnifiche architetture nel dolore di Floria Tosca, è stata anche lì all'Arena, e per ventimila persone, capace di provocare amabili emozioni.

Enzo Terzano