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Articolo:
E. Terzano, "Il Re Bove ", in Il nuovo laboratorio, Bologna, a. IV, n. 1, febbraio, 1985, pp. 50-52.


Il Re Bove

Non riteniamo, se non dopo aver fornito altri dati, di svelare il nome del ‘personaggio’ che è sepolto, a nostro avviso, nella chiesa di Santa Maria della Strada a Matrice, a pochi chilometri da Campobasso - della quale ora, per la prima volta, dichiariamo l'ubicazione. A questo personaggio facciamo risalire la progettazione e la realizzazione dell'edificio che costituisce il ‘suo monumento funebre’.

Durante il primo reportage fotografico ci ha colto un'ultima coincidenza (per le altre coincidenze si vedano le prime tre puntate sul Laboratorio n.14/15/16 e 17), e sebbene trascenda la scientificità dello studio che proponiamo, in qualche modo ne riflette il carattere di evento inenarrabile, di misteri impronunciabili e coperti da quel velo spesso che è la storia e le sue avvolte dubbie documentazioni che ci fornisce. Ci siamo trovati sulla tomba di un personaggio che non si dichiara e non si fa riconoscere, anzi fa di tutto per sviare in piste false, anche se apparentemente veritiere, ogni indagine che voglia svelarne i segreti, quasi che il futuro che seguirà la sua morte debba sempre essere così opaco e oppresso, come l'epoca, di trucidazione indiscriminata di coloro che seguivano modi di vedere e una ‘fede’ non conforme al canone della Chiesa di Roma, in cui il nostro personaggio viveva.

La singolare coincidenza è costituita nell'essersi trovati sulla tomba di questo ‘monstre’ dei linguaggi cifrati esattamente il giorno in cui ricorre la sua morte, avvenuta fastosa a Firenze nella prima metà del Trecento. Di ciò eravamo ignari fino alla sera, quando, a qualcuno venne in mente quella data e, vista la delicatezza degli argomenti discussi e amplificati durante la visita dell'edificio così atipico e isolato, un brivido ci morse lo stomaco.

L'ordine con cui questa coincidenza si stabiliva, in relazione al nostro stato emotivo, alterato dai dati, tutti nuovissimi, che nel giorno avevamo appreso, ci aveva ulteriormente attratto. Sia anche per il tipo di analisi storica che veniva proposta come sistema di lettura di questo ‘monumento funebre’ altrimenti dichiarato ‘chiesa di culto’. Infatti, ci veniva richiesto di procedere per analogie vaste e accostamenti, apparentemente, bizzarri, di dati, squisitamente, visivi e, per contro, di versi poetici appartenuti ad altre opere e di altri autori. Dalla loro paziente ed inaspettata miscelazione si possono dedurre, come in un ‘giallo’ che ricostruisce le tappe di un delitto perfetto, itinerari di storia, che, altrimenti sarebbero rimasti inespressi, nel caso affidati alla sola parola o non celati in tasselli sparsi.

Si diceva che la memoria della parola si danna se si vuole dimenticata, i monaci emanuensi, controllori ideologici di una dottrina e di una ‘fede’, in certi momenti e casi, purtroppo integralista, avrebbero potuto, come in parte avranno fatto, revisionare e indirizzare intere documentazioni secondo precisi calcoli, diciamo pure, ‘politici’. Documenti che altrimenti sarebbero diventati pericolosi. Avviene la stessa cosa per gli edifici di culto dove interventi ‘evangelizzatori’ hanno potuto variare iconologie altrimenti scomode, con dosate introduzioni, in grado di variare il senso di un complesso scultoreo o architettonico, e riportarlo entro i canoni più convenienti di una lettura conforme alle linee ideologiche dominanti vicine alla Chiesa di Roma e lontane dalle virtù ereticali che lo avevano generato.

Nel caso dell'edificio di Santa Maria della Strada di Matrice la sopravvivenza di un ideale non in regola con il Sant'Ufficio è stato affidato, come nella scrittura nascosta dei crittografi templari e albigesi, ai tasselli seminati “ad arte”, e con una intelligenza che non finisce di sorprenderci, nei cicli scultorei e nella composizione architettonica che coinvolge l’intero edificio. Elementi che letti collettivamente, secondo un determinato ordine e in sequenza, producono un ventaglio di informazioni che singolarmente non offrono. A tal punto ciò ci appare vero che le analisi che stiamo compiendo si differenziano profondamente dalle analisi prestigiose, fin qui prodotte su questo monumento, da insigni studiosi.

NON TI FARE SCULTURA NE' DI COSE CHE SONO IN TERRA NE' NEGLI ABISSI MARINI.

Una leggenda popolare tramandata dalla cultura orale della gente che abita e vive intorno a questa chiesa, attribuisce un nome e una storia al personaggio sepolto nella tomba, probabilmente stimolata dalle bizzarrie architettoniche dell'edificio. Così che alle analisi degli stili, ai rimandi simbolici di ogni rilievo e scultura, all'interno e all'esterno della chiesa, si affianca una storia parallela popolare, affidata alla memoria della parola, che offre, come si vedrà, non pochi elementi a sostegno dell'ipotesi di lettura che proponiamo di questo “monumento funebre”. La leggenda narra dell'amore che il Re Bove porta per la sorella e del suo desiderio di unirsi in matrimonio con lei. Di ostacolo gli è il Papa che non acconsente ad un matrimonio incestuoso fuori dalla regola canonica. Alle insistenze del nobile, il Papa, concede il privilegio del matrimonio ad una condizione: è necessario per il Re Bove, se vuole sposare la sorella, che costruisca cento chiese in una notte. La condizione è accettata e il Re Bove prende l'impegno di onorare la richiesta. In una notte, nonostante l'impegno messo in campo, ne riesce a costruire purtroppo solo novantanove, lasciando, al sopraggiungere dell'alba, dell'ultima chiesa, incompiuto solo il campanile.

Il primo elemento, che da questa vicenda popolare emerge con netta evidenza, è il conflitto fra un nobile e il Papa. Il Re nel voler sposare la sorella dichiara il proprio amore incestuoso e dichiara la sua eresia, che evidentemente non lo contempla come tabù. Il Papa appare come l'esponente di quella chiesa corrotta che è pronta a svendere un dogma portante della sua religione, per un semplice riscontro materiale e per il potere che ne deriva, cento chiese in più. Se riuscirà a farle edificare otterrà il plauso per il suo ‘mandato’ spirituale che apparirà, per via delle accresciute sedi di culto, realizzatore del postulato evangelico della diffusione e del consolidamento della fede.

Alla luce degli elementi forniti nelle precedenti puntate, e con beneficio di altri elementi che forniremo più avanti (in particolare le iscrizioni in latino e in cufico presenti sulla tomba e nel gruppo scultoreo in travertino), il tema dell'amore incestuoso trova legittimazione e consenso presso il movimento eretico ai cui membri si fa risalire l'edificazione di questo monumento.

Nella cultura Albigese, come in quella Templare, entrambe già citate a proposito di questo edificio, l'amore incestuoso era permesso e auspicato perché l'amore puro (in questo senso è inteso quello per la sorella) non conosce il peccato, cioè il sesso. C'è da presumere, come abbiamo ripetutamente avanzato, che il nobile in questione fosse un eretico e in special modo un cavaliere Templare di discendenza reale, ciò trova riscontro nella leggenda e ci viene segnalato timidamente dall'accenno all'amore incestuoso, tipico di certe eresie.

Questa estrapolazione che segue delle semplici analogie è azzardata ma, costituendo il tema dell'amore incestuoso, l'asse portante della leggenda, ci sentiamo motivati a poter avanzare questa ipotesi. Apprendiamo che il Re Bove ha anche qualità di artista, di architetto e di scultore, tra l'altro, di una creatività prodigiosa perché, secondo la leggenda popolare, è in grado di costruire cento chiese in una sola notte. Se il giorno può essere assunto a simbolo della vita di un uomo, allo stesso modo può esserlo la notte (non si spiegherebbe altrimenti perché nella leggenda popolare non si scelga il giorno in cui è più logico edificare che non la notte buia; ed è qui praticamente il senso della collocazione in una azione che altrimenti risulterebbe un nonsense). La storia parla di una vita svolta nella notte, che appare, come dire, doppia, da ‘massone’ in questo caso. Un ‘massone’ architetto e artista che, non riuscendo a realizzare il suo desiderio (e ne morirà di qui l'esistenza del nostro ‘monumento funebre’, soccombe, non volontariamente, ad un precetto che, per ‘fede’, non è tenuto a rispettare essendo eretico, ma, che la dottrina dominante in quel periodo, gli impone.

Si potrebbe congetturare ulteriormente, che, il Re Bove lasciando incompiuto l'ultimo campanile, l'ultima costruzione intrapresa per avvicinarsi al suo desiderio eretico, lascia incompiuto un lavoro ‘ideologico’ e di ‘propaganda’ che potrebbe anche essere la sintesi di un’intera vita. Come si diceva il simbolo delle cento chiese edificate in una notte potrebbe essere una contrazione del lavoro di ‘edificazione’ durato una vita.

Il Re Bove è comunque la dizione fantastica del nome di un personaggio che rimane sepolto nella tomba all'interno dell'edificio e che contiene celato il suo segreto. La fantasia popolare, e ciò ci sembra molto evidente, ha potuto far coesistere questo nome fantastico nella leggenda, con un particolare architettonico dell'edificio di cui la leggenda riferisce, vale a dire delle due figure aggettanti, per circa un metro, di buoi, in vistosa presenza sulla facciata principale. Questi rimangono ancora oggi un forte elemento di connotazione dell'edificio. Non è escluso che la leggenda, abbia nel corso dei secoli, subito degli appiattimenti, probabilmente, pilotati dai controllori ideologici della religione dominante e ridotta alla versione, pur sempre significativa, che oggi registriamo.

Enzo Terzano