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Articolo:
E. Terzano, "Al cesso in tassì" in Il nuovo laboratorio, Bologna, a. IV, n. 1, febbraio, 1985, p. 89.

Al cesso in tassì


ANCORA UNA VOLTA LA LAMA DELLA CENSURA E' SCESA SULL'EROTISMO. IL FILM DI FRANK RIPPLOH NE E' L'ULTIMA VITTIMA
"Come l'arte può avere ragione della repressione" così titola il New York Time l'articolo di Vincent Canby su TAXI ZUM KLO ("Al cesso in tassì - ICM distribuzione), il film di Frank Ripploh che i nostri censori ci hanno restituito purificato di alcune sequenze. Si ripropone così, nell'articolo appena citato, la regola, anch'essa repressiva, di dare libero corso a prodotti che, contenendo "sequenze che senza quest'arte si riterrebbero pornografiche", hanno legittimato, per quelle virtù, il diritto di far vedere cose che altri devono tacere. E questo, si sa, aiuta spesso i tagliagole (dei censori) a servirsi indiscriminatamente dei loro arnesi perché, a loro vedere, la pornografia viene combattuta anche dai critici più progressisti, e questo fare li spinge a parossismi da regole del Sant'Uffizio dei tempi d'oro, a bruciare cioè, le pizze incriminate (come già accaduto), non distinguendo come ingenuamente si crede, fra film e film-d'arte, così che nessuna traccia ne riveli le pericolose visioni.
Si dovrebbero in questo caso reclamare censori, intellettuali, che, con fine discernimento, taglino solo là dove l'arte non pare esserci e facendo spuntare, dove servono, le sane virtù antipornografiche che la combattono con immoto accanimento, rendendo giustizia alle sempre più numerose vittime dell'autoerotismo.
In una scena del film che vede il protagonista intrattenersi in un cesso pubblico (I° rullo e I° taglio: quindi non la vedrete per intero se non a Parigi - grazie all'intervento diretto di Jacques Lang - o in Australia, in Germania e negli altri paesi che proiettano il film in versione integrale), un virtuoso membro attraversa un buco praticato nel muro in divisione fra due cessi. Il protagonista non ne sarà per niente sorpreso e portandosi la mano in bocca (qui interviene il taglio e guardando il film così interrotto, pare che sia preso da conati di vomito, invece sta per partecipare con consenso a ciò che vede) la riempie di saliva e rende un'iniziale giustizia ungendo quel reclamante desiderio eretto.
La censura vuole probabilmente impedire che il nostro universo erotico si espanda nutrendosi della visione di altri universi erotici. O per contro, per via della visione, di prendere coscienza di quello che ordinariamente si fa e rimanere shoccati. TAXI ZUM KLO è un film omosessuale. Ripploh si è affrettato a disconoscere questa 'accusa' dicendo che "classificare questo film come omosessuale è sbagliato". Questi rivendica un approccio diverso al suo film, che narra "le dimensioni della solitudine in un rapporto d'amore" e che "per puro caso" queste sono "colte in una storia fra omosessuali". Disconoscere se stessi e il proprio mondo, suona distorto sopratutto di fronte ad un rapporto che, come questo è andato più vicino, a certe nevrosi gaie, in moltissimi altri films a tematica omogenea, Querelle di Fassbinder compreso. Qui il gay metropolitano del genere 'macho' (d'importazione U.S.A.) è indagato con una dovizia di particolari e con una verosimiglianza, che trascende di molto la sola descrizione di dinamiche amorose che, invece, vengono relegate (e qui è la verosimiglianza) a fondale dell'esistenza, come quella realtà nevrotica suggerisce.
Allora Ripploh diciamo che questo tuo taxi va a cercare il sesso senza condizioni? L'uno o l'altro è lo stesso. Il film non nasconde ma analizza, con lucidità senza precedenti, quei gays che si vivono un certo tipo di sessualità e li indica come nevrotici. Quella nevrosi senza fine che è il desiderio incondizionato, quando un corpo vale l'altro, fino al punto che più niente fa godere se non il ricambio continuo e frustante di partners anonimi.
Si indaga con determinazione la brutalità del sesso frammentato, imploso e represso, dove si preferisce feticisticamente una parte a totale esclusione del resto. Quel sesso che si specializza all'orgasmo veloce e iterato, in perfetta sintonia con la specializzazione ossessiva del lavoro quotidiano, in tutta la sua brutalità ridicola e tristissima, e riesce a farlo diventare scandalo solo perché ha il coraggio di riportarlo su uno schermo.

Enzo Terzano