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Articolo:
Enzo Terzano, "Necrofilia", in Il Nuovo Laboratorio, a. IV, n. 1, marzo-aprile, 1985, pp. 20-21.

Necrofilia

(Un commento su Murder as one of Fine Arts di Thomas De Quincey in occasione della mostra d’arte Necrofilia)

Necrofilia è una mostra itinerante di artisti non assassini allestita al Laboratorio dello Sguardo di Roma e curata da Francesca Alfano Miglietti. Verranno presentate le ultime opere di quindici tra gli artisti giovani più interessanti. Guido Baragli, Ivo Bonacorsi, Roberto Caspani, Guillermo Conte, Raffaello Terrazzi, Lino Fiorito, Cesare Fullone, Gino Gianuizzi, Corrado Levi, Alfredo Pirri, Luca Sainyust, Maurizio Spinelli, Dario Taormina, Croce Caravella, Estebastan Villalta Marzi.

Nel club londinese della “Società degli Amatori dell’Assassinio”, gli associati “mostrano… di essere curiosi di omicidi, amatori dilettanti nei vari tipi di carneficina”. Non sono, questi, degli assassini, come lì per lì si sarebbe tentati di credere, ma degli intenditori, che “ad ogni nuova atrocità del genere… si riuniscono e la criticano come si farebbe per un quadro, per una statua, o per un’altra qualsiasi opera d’arte”. Gli artisti di questa pratica millenaria, non solo hanno conoscenza dell’evoluzione stilistica ed estetica nei vari periodi dove quest’arte si è espressa, ma, posseggono, quel genere d’intelligenza, propria di ogni seria critica d’arte, che consente, fra altre cose, di “far luce”, quindi di ricostruire itinerari di storia perduti, su procurare morti naturali – come il caso di Spinosa – che non sono state affatto tali, ma provocate, appunto, ad “arte” (a proposito dei filosofi - l’autore è molto categorico “se un uomo passa per filosofo e non è stato vittima di un attentato, concludetene che non vale nulla”). Stiamo parlando del raffinatissimo romanzo-saggio di Thomas De Quincey L’assassinio come una delle Belle Arti (Murder as one of Fine Arts, 1827), che aveva suscitato l’entusiasmo di Baudelaire, anticipando temi che saranno cari al decadentismo. Il pensiero, curiosamente libertino, sulla morte fisica procurata, che De Quincey ci riporta nel suo romanzo, stimola una serie di analogie, con il tema della necrofilia, condotte sul filo di uno slittamento semantico del termine. Trascendendo il significato letterale, di necofilia, in quel suo univoco rimando all’“attrazione sessuale per i cadaveri” e l’analogica astrazione che fa riferimento al “piacere della morte” osservata in vari campi (“morte dell’arte”; la morte come tema filosofico, teologico, letterario; la scoperta archeologica come profanazione; la morte fisica e psichica indagate dalle scienze mediche – c’è una sorta di piacere necrofilo in questo -, ecc.), rimane il vasto territorio della morte come tema estetico. In questo limbo trovano pace le legittime e sane – in senso psicologico – confidenze di De Quincey. Che cos’è, se non necrofilia, il piacere di osservare un assassinio seppure lontano? E non è forse necrofilia occuparsi di esso in senso estetico? Dopo aver frapposto un adeguato scudo morale all’assassino mettendogli “il bastone fra le ruote” quando egli è in fuga (benché Kant in proposito ritiene immorale porsi contro la sua ‘ragione’ - in questo caso – omicida) e, dopo aver costatato che l’impedimento che abbiamo tramato non ha prodotto risultati di sorta – l’assassino è fuggito irreparabilmente - non ci resta, che assicurarsi del benessere dell’assassinato accertandosi che questi non soffra più perché ‘restituito’, al Signore s’intende. Rimane, così, un vuoto che è la triste evidenza delle cose: l’assassinio è stato compiuto, come comportarsi? De Quincey trova risposta adeguata a tale interrogazione: “Fu una cosa triste, senza dubbio tristissima; ma noi non possiamo farci nulla. Adoperiamo dunque per il meglio un materiale cattivo; e, giacché è impossibile tirarne fuori a martellate qualcosa che serva alla morale, trattiamolo esteticamente, e vediamo se in questo modo frutterà. Tale è la logica di un uomo sensato”. Trattare un assassinio, con tutta la sua evidenza di atrocità, sul filo del suo svolgimento, oserei dire, tecnico, - nella sua struttura drammatica -, può offrire all’osservatore attento, non pochi elementi di analisi che testimonierebbero del buon o cattivo gusto dell’assassino nel condurre il suo misfatto. Scopriamo che alla base di un assassinio – consentitemi – d’’essai’, c’è: “un piano… un raggruppamento, luce e ombra, poesia, sentimento…” De Quincey, nel recare un esempio adeguato della raffinatezza estetica di una morte provocata con violenza, cita il celebre Williams, arciomicida, che prediligeva attrezzi da carpentiere (mazzuolo, punteruolo, sega, scure, trivella, arpione, ecc.) colpendo, ed era qui una notevole innovazione stilistica, anche in pieno giorno: egli “ha innalzato il concetto dell’assassinio in noi tutti. Come Eschilo e Milton la poesia, come Michelangiolo la pittura, egli ha portato la sua arte ad un punto di colossale sublimità, e come osserva Wordsworth, ha, in certa maniera, ‘creato il gusto che la fa piacere’”.

E’ necessario, però, chiarificare dove risiede a fondo il senso di compiacimento che, un assassinio ben condotto e portato a termine, può suscitare negli animi sensibili alle rarefatte costruzioni morali su cui poggia questo evento. Non è, dunque, il compiacimento: né in un delitto commesso per necessità come nei casi di difesa o autodifesa – entrambe le circostanze infatti ignorano la predeterminazione e quindi una seppur minima costruzione a tavolino - ; né nel delitto condotto in stato di alterazione – agli hasishis il loro mandante, che abita la Montagna, impartisce lezioni mistiche attraverso l’istigazione all’assassinio (si noti che da hasishis è fatto derivare assassinio: con tutte la deleghe moraliste che lasciamo immaginare), né, infine, dal delitto, come si dice, ‘passionale’ o per conto quello più generalizzato e motivato eticamente – anche dalla pudica Chiesa di Roma – che si pratica attivamente in ogni tipo di guerra – ‘santa’ o non santa -, e con essi tutti i casi che non prevedano, non solo un piano individuale, ma l’inutilità del gesto (molte guerre sono inutili pur avendo piani individuali, in ogni caso le ‘opere d’arte’ collettive difettano sempre in qualcosa). Ed è qui, fuori dagli ‘stimoli’ a delinquere motivati, che si concentra l’interesse degli amanti dell’assassinio puro, vale a dire della morte violenta offerta solo per il gusto di offrirla. Per queste ragioni ritengo di chiamare, come necrofilo, il piacere dell’osservazione estetica dell’assassinio. Quanto più queste morti non hanno movente, tanto più sono gustose. Consentendo l’osservazione delle pratiche delittuose nella loro purezza squisitamente compositiva. Possono aggiungersi, come catalizzatori estetici, dettagli del tipo: la scelta del soggetto, degli utensili, del luogo di esecuzione, del momento storico favorevole, ecc., che non fanno che accrescere l’’estasi’ reciproca ASSASSINO-ASSASSINATO-ESTIMATORE. Ne citiamo, a caso, uno dei tanti, rimandando, per maggiori e, se volete, opportuni ragguagli, alla lettura del ‘saggio’ di De Quincey. Dunque, se il prescelto al sacrificio sull’altare dell’arte è una vittima che “abbia tenera figliolanza, la cui vita dipenda per intero dal (suo) lavoro” l’assassinio si caricherà di quel ‘phatos’ che altrimenti, trattandosi di individuo ‘solo’, non si assicura poter ottenere. C’è anche un recto a simili preferenze e cioè si rischia di mettere limiti alla creatività dell’assassino “non mi terrei con tanto scrupolo ad una restituzione che potrebbe avere l’effetto di limitare il campo d’azione dell’artista”. L’importante che si raggiunga, per via di queste ed altre sottili regole, quella purezza d’intenti e quella eleganza di esecuzione (l’eleganza qui contempla varie gradazioni di truculenza) che soli possano contraddistinguere ‘la mano’ e lo stile dell’autore. Ciò perché non si dimentichi che “lo scopo finale dell’assassinio, dal punto di vista delle arti belle, è precisamente il medesimo di quello della tragedia nella definizione di Aristotele: ‘purificare gli animi per mezzo della pietà e del terrore’”. C’è da credere, perdonate il veloce e sintetico finale, che il necrofilo voglia solo purificare il proprio animo dalle sozzure morali che lo circondano.

Epilogo: “Abbasso questi maneggiatori di veleni, dico io: non potevano attenersi al vecchio, onesto metodo di tagliar le gole, senza introdurre dall’Italia simili abominevoli innovazioni? Tutti questi casi di avvelenamento, in paragone con lo stile legittimo, io li considero alla stessa stregua delle figure di cera rispetto alla scultura…”.(T. De Quincey, ibid.)

Enzo Terzano