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Articolo:
E. Terzano e W. Ligabue, "Waltharius", in Il nuovo laboratorio, Bologna, a. IV, n. 3, agosto, 1985, pp. 14-15.


Waltharius

Come già avevamo preannunciato nel numero precedente (Lab., a. IV n. 2-3) in questa puntata e nella prossima, ci occuperemo di un breve poemetto latino medioevale: il “Waltharius”, da prima tentando un approccio storico e poi addentrandoci in una più complessa analisi analogico-interpretativa che ci ricollegherà al tema principale del nostro studio. Il “Waltharius” è un breve poemetto latino medioevale, composto di appena 1456 versi liberi, che sebbene assai noto e diffuso nel medioevo, come testimonia “la ricca tradizione manoscritta” (1), fu soprattutto conosciuto, nei paesi europei, per la ‘leggenda’ che in esso si narra. La vasta diffusione del poemetto diede vita ad una serie di altri poemi eroici che vanno “dal Waldere anglosassone” (di cui ci restano due frammenti) alla Cronaca di Novalesa; da una cronaca polacca della prima metà del sec. XIII alla norvegese “Saga di Teodorico (Thidrekssaga)” (2).

I problemi di datazione e attribuzione dell'opera sono stati discussi ampiamente, ma solo in questi decenni si è giunti ad alcune conclusioni che hanno in buona parte sovvertito quelle precedenti. In un primo tempo si era attribuita l'opera ad un monaco benedettino Eccheardo I di San Gallo (900 ca.-973) ma oggi si è quasi del tutto concordi nell'attribuire l'opera di Geraldo del Prologo, da cui, trae il nome. Il problema dell'attribuzione a Geraldo non è legato ad un tentativo di datazione più esatta e che collocherebbe così l'opera “fra quell'insigne monumento che è il poema sassone sulla vita del Salvatore noto sotto il titolo di Heliand (830 ca.) e l'altro “Cristo meridionale, alsaziano, di Otfrid (856-70)” (3) ma, inoltre, se da un lato rimetterebbe in discussione il primato poetico di Eccherardo I, fino ad oggi rimasto indiscusso, dall'altro lo stesso “lustro della Rinascenza carolingia ne risulterebbe intensificato” (4).

Un ulteriore centro di discussione ed interesse è costituito dalle fonti da cui il poema avrebbe avuto origine. Alcuni studiosi sostengono che l'opera sia un ramo secondario di una leggenda più antica che avrebbe dato materia tematica per un'altra opera parallela al Waltharius, e cioè il Waldere, di origine anglosassone e del quale, come si diceva, ci restano solo pochi frammenti.

La critica più recente ritiene invece il “Waltharius” un'opera completamente originale, e questo sarebbe attestato sia dall'assenza di Gualtieri (Waltharius) e Ildegonda (i due protagonisti del poema) dalla tradizione precedente, sia dall’impossibilità di dare una precisa collocazione storica delle vicende in esso narrate. Ecco quindi attestata l'originalità di quest'opera, che pur inserendosi perfettamente nel panorama eroico-mitologico della poesia del tempo, si arricchisce anche della tradizione della poesia mediolatina anteriore e della stessa cultura classica e apporta una certa originalità di stile, motivi e contenuti che rendono il “Waltharius un'opera di alto livello letterario e poetico, unica nel suo genere”.

La vicenda narra di Waltharius e Ildegonda (Hiltgunt) che vennero dati come ostaggi ad Attila quale pegno di pace quando il re degli Unni mosse guerra ai Franchi. Educati alla corte degli Unni, Waltharius e Aganone (Hagand, hagen), l'altro suo compagno di prigionia, divengono guerrieri forti e valorosi. Aganone sceglie però la strada della fuga e del ritorno in patria, dal popolo dei Franchi. Waltharius al contrario, in un primo momento continua la sua ascesa agli occhi del re degli Unni raccogliendo gloriose vittorie sui campi di battaglia. Sarà Ildegonda, prigioniera anch'essa ormai splendida donna, che gli era stata promessa in sposa fin da quando erano bambini, a ricordargli il suo popolo. I due si dichiarano il loro amore e insieme tentarono il ritorno in patria portando via dalla corte degli Unni alcuni tesori. Dovendo attraversare, nella loro fuga, le terre del Signore di Worms Guntero (Guntharius, Gunther), quest'ultimo, venuto a sapere del carico d'oro che Waltharius porta con sé, vuole derubarlo e farsi consegnare Ildegonda. Gli guiderà contro una spedizione di dodici valorosi cavalieri, seppure sconsigliato da Aganone che ora si trovava al suo servizio. Aganone narra a Guntero delle gesta valorose e del coraggio del suo vecchio amico nel tentativo di dissuaderlo ad una sì disperata impresa. Contro le offerte di pace proposte da Waltharius Guntero lancia contro di lui i suoi cavalieri, che ad uno ad uno muoiono in duello. Guntero, ritrovandosi solo, riesce a convincere Aganone, che fino a quel momento si era tenuto in disparte, a combattere insieme a lui contro il valoroso nemico. E' così che ha luogo l'ultimo tragico combattimento fra i tre personaggi. Dopo una cruenta e sanguinosa tenzone in cui Waltharius perde la mano destra, Guntero una gamba e Aganone un occhio, il poema si chiude con un sereno, e in certi momenti tenero sarcasmo, quadro di fratellanza e distensione. Ildegonda, che aveva assistito al duello, atterrita e nascosta nel vicino bosco, soccorre e lenisce le ferite dei tre guerrieri. Le due coppie di personaggi poi si separano facendo ciascuna ritorno in patria.

La vicenda, come abbiamo brevemente riassunta, è abbastanza semplice e imperniata sulla descrizione particolareggiata come una cronaca dei duelli che si susseguono uno dopo l'altro. Nella seconda parte dell'opera, il poeta non manca di un certo gusto per il macabro e il truculento nella descrizione puntigliosa dei violenti combattimenti. Il nostro eroe comunque viene descritto sì come uomo eroico e combattivo ma amante soprattutto della pace, come del resto gli era stato insegnato alla corte di Attila, che infatti parlando agli ambasciatori inviati dai Franchi dice:

“Foedera plus cupio quam proelia mittere vulgo.

Pace quidem Huni malunt regnare, sed armis

Inviti feriunt, quos cerunt esse rebelles.”

“Al mio popolo io amo offrire più paci che guerre, perché esso ama la pace, ma è pronto a sterminare, suo malgrado, quei che si mostrano ribelli.”

(Walth. 68_70)

Waltharius è quindi un eroe ricco di sentimenti umani e generosi, questo suo aspetto viene in luce nel suo dialogo con Attila (Walth.144-167) e soprattutto nel suo rapporto amoroso con Ildegonda, ma è anche un guerriero spietato e crudele nei confronti di chi, pur non essendo nel giusto, osa sfidarlo.

Compagna di Waltharius è Ildegonda che pur avendo un ruolo secondario, nel quadro generale dell'opera, viene descritta nei suoi caratteri psicologici fondamentali. Donna timida e umile, mostra però un forte carattere datogli soprattutto dall'amore che essa prova per Waltharius e che le permette di affrontare senza indugi tutti i pericoli a cui va incontro per seguire il suo uomo.

Un'opera quindi, il “Waltharius”, che sorprende il lettore moderno sia per la scorrevolezza del testo sia per i temi trattati che mantengono sempre un valore universale. Un'opera dove il contrasto tra amore e odio viene descritto con accenti all'occorrenza delicati e teneri oppure crudi e forti, che non manca certo di quell'umanità laica, non agevolmente riconosciuta dalla critica, che al contrario traspare dal primo all'ultimo verso.

Del “Waltharius” ci saranno evidenti trasparenze tematiche nell'edificio di S. Maria della Strada, ma di questo...

Si ringrazia per la collaborazione alle ricerche Ornella Casagni. Precedenti puntate Lab a. III, n.14 e a. IV, n. I

E. Terzano e W. Ligabue