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Articolo:
E. Terzano, "A cosa serve l'arte? A niente come Mozart", in Il nuovo laboratorio, Bologna, a. IV, n. 6/8, settembre-novembre, 1985, pp. 42-43.


A cosa serve l'arte? A niente come Mozart

“La forma non è che un'istantanea presa su una transizione”, afferma Henri Bergson (L'evoluzione creatrice, Milano, Fabbri Editori, pag. 326). L'arte è la registrazione di una “immobilità del tempo”. L'artista affida l'opera ad una materia che trascende la ‘durata’ fisiologica del suo corpo. In essa vi imprime un frammento della sua conoscenza (questo frammento assume la ‘durata’ del materiale che lo registra). Molte opere equivalgono a molti frammenti: a una probabilità centuplicata di durare. L'opera d'arte è un ‘frammento liberato’ dalla paura della morte fisica. La sua funzione consiste nel costruirsi simbolo della sopravvivenza del gesto fisico e mentale che la costruisce. L'opera riproduce lo stato sonnambolico e perennemente statico di questo superamento. La “normalizzazione estetica” che si compie dal futurismo in poi relega l'opera d'arte ad una ‘durata’ che è quanto più possibile sincronica alla resistenza fisiologica del corpo. E' il corpo che si esternizza metalizzandosi. I dadaisti per contro si preoccupano “di garantire all'opera una durata che vada oltre la sua conservazione fisica” (F. Alinovi, Dada anti-arte e post-arte, Firenze, G. D'Anna, 1980, p. 60 sgg.). La sopravvivenza dell'opera è affidata alla memoria collettiva, è prontamente museificata. L'opera riacquista la ‘durata’ del suo materiale. Il corpo è assente. L'arte è una sovrastruttura tecnologica del quotidiano; la sua utilità è anche una inutilità. Per l'occidente l'arte che declama la sua utilità è anche quella che si stabilisce nel Tempo (anche un'arte che si autodefinisce ‘inutile’ reclama la sua necessità, la sua presenza: “La negazione (...) è un'affermazione di secondo grado” (Bergson, p.313). L'arte ‘inutile’ non solo si autoafferma come utile, ma afferma l'arte.

L'utilità dell'arte nella nostra civiltà è anche accumulo di conoscenza; è sublimare la gelosia di non essere ‘mori’; è un termine di futilità economica: sentire il genio e possederlo.

Enzo Terzano