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Articolo:
E. N. Terzano, "Santa Maria della Strada" in Nuovo
Oggi Molise, Campobasso, quotidiano, 28 agosto 1996.
Santa
Maria della Strada
Una piccola valle
piena di coltivi e pascoli a pochi chilometri da Campobasso accoglie
su una collina, una chiesa medioevale chiamata Santa Maria della Strada
nel comune di Matrice. La chiesa é inscritta all'interno di un
complesso architettonico che lascia pensare che facesse parte di una
antica Abbazia.
La chiesa, romanica, a tre navate, è preceduta da un campanile
staccato dal corpo principale di qualche metro. L'interno è semplice
come si addice ad una chiesa che raccoglie i fedeli intorno alla preghiera
ed è ornata da una tomba medioevale che per la sua fattura e
per la bellezza è degna di essere paragonata a monumenti simili
presenti in altre chiese italiane.
I bassorilievi e le figure aggettanti che ornano la facciata sono opera
di Nicodemo, Ruggero e Roberto. Questi artisti avevano realizzato altre
chiese nella zona sotto il patronato di Rainaldo di Collemezzo, all'epoca
Abate di Montecassino.
Il signore del posto, quando la chiesa fu consacrata nel 7 agosto 1148
, era Robertus Avalerius, in seguito, a questa signoria, successe la
famiglia dei Lupara (1266). L'Abbazia fu rovinata da alcuni terremoti
e intorno al 1668 fu abbandonata al culto. Solo nella primavera del
1703 finirono i lavori di restauro, commissionati dal cardinale Orsini,
e la chiesa fu riconsacrata
C'è da supporre che questo restauro potrebbe aver alterato l'aspetto
originario del monumento del quale tuttavia rimangono notevoli tracce.
La chiesa di S. Maria della Strada, nel medioevo, era forse circondata
da un fitto bosco e il campanile svettava su questa distesa di verde
che manteneva celate le strutture abbaziali. Il campanile richiamava
alla sosta i viandanti in pellegrinaggio verso Gerusalemme, a S. Nicola
di Bari e a S. Michele sul monte Gargano.
I pellegrini all'epoca, soprattutto quelli provenienti dalla Francia,
Germania e Inghilterra e dal Nord Ovest della penisola, preferivano
attraversare l'Italia a piedi o a cavallo, piuttosto che imbarcarsi
per mare. Si passava per S. Maria della Strada per inoltrarsi verso
la costa adriatica e raggiungere le mete prefisse.
L'Abbazia significava per il pellegrino ristoro e assistenza, in più
essere custoditi da mura protette, frequentate da persone in possesso
di informazioni utili per il viaggio. Per i pellegrini l'incontro con
una abbazia significava anche la possibilità di trovare monaci
colti ed esperti in varie arti. Non secondario era ovviamente il valore
religioso e quindi simbolico del monumento che li ospitava poiché
attraverso quelle immagini, l'anima del pellegrino era spinta verso
la comprensione delle verità della fede.
Ecco tutto questo doveva essere stata la chiesa di S. Maria della Strada.
I motivi che ci consentono di formulare una simile ipotesi, sono presenti
proprio nelle vestigia architettoniche e artistiche della facciata e
all'interno della chiesa. Esse raccontano con " enigmatica chiarezza
" che cosa fosse quel posto all'epoca della sua costruzione.
Possiamo, in questa occasione, toccare alcuni elementi simbolici importanti,
che sono presenti nella chiesa, e tracciare un piccolo percorso di comprensione
per il turista che arriva a S. Maria della Strada a fare una gita e
non ha nessuna intenzione di proseguire il viaggio per la Terra Santa.
Inizierei dall'esterno della chiesa vale a dire proprio dalle prime
figure che notiamo. La facciata laterale della chiesa, che si apre al
lato sud, reca nella lunetta sul portale, un bassorilievo che raffigura
l'ascensione in cielo di Alessandro Magno in una nuvola iridescente.
L'imperatore macedone, ascende attraverso due grifoni o aquile, ascensione
che per gli imperatori romani veniva chiamata 'apoteosi' (Fig. 1).
Proprio di ascensione in cielo parla un'iscrizione latina che sovrasta
l'immagine di Alessandro Magno che recita letteralmente: "chiunque
abbia fatto la volontà del padre mio che è in cielo questi
entrò". Si fa riferimento ad un passo evangelico (Matteo,
7, 21), ma con forti modificazioni del testo biblico fatto questo che,
lungi dal segnalare una scarsa conoscenza del passo originale e tantomeno
della lingua latina - non dimentichiamo di essere in una abbazia cioè
in un centro culturale - segnala piuttosto qualcosa che non è
facile dipanare. Tuttavia la conclusione a cui siamo giunti è
che Alessandro Magno "entrò" da qualche parte con i
suoi grifoni o aquile e il senso dell'ascensione dell'imperatore è
l'Agnus Dei (l'Agnello di Dio) che lo sovrasta, inscritto com'è
nel secondo registro della lunetta, nell'archivolto in posizione centrale,
meta e idea figurata della conquista spirituale dell'uomo nobile.
Questo potrebbe, in altri termini significare, che la via della riunificazione
con il Padre celeste, non è solo quella della cattolicità
ma anche i pagani, come Alessandro Magno, potevano 'entrare' nella casa
del "padre" e tramite la via segnata dall'aquila che è
un simbolo della via regale e cavalleresca verso la conoscenza.
Dell'aquila infatti vediamo l'immagine aggettante e imponente, posta
sulla cima della facciata centrale. L'aquila così superbamente
collocata (fig. 2) è nell'atto di innalzarsi in cielo con le
ali spiegate e tiene fra gli artigli tre serpenti con testa umana. Appena
in basso ci sono altre due figure di buoi, posti ai lati del rosone
a forma di ruota raggiata (12 raggi come i 12 mesi dell'anno: vale a
dire un ciclo completo del sole). L'insieme di aquila, buoi e rosone
suggerisce l'idea del 'carro solare' trainato dai buoi e guidato dall'aquila:
carro di luce esattamente conforme all'idea rappresentata nella lunetta
del portale Sud dove si descrive l'ascensione in cielo di Alessandro
Magno.
Ma la chiesa di Matrice non è dedicata ad Alessandro Magno che
non ha caso trova posto solo come richiamo esplicativo nella lunetta
del portale laterale Sud. La chiesa è dedicata in realtà
ad un altro uomo nobile, un uomo che è degno di avere come richiamo
e confronto la leggenda di Alessandro Magno. Uomo che plausibilmente
dimora nella splendida tomba disposta all'interno della chiesa. Tomba
sulla quale è inscritto, attraverso simboli un collegamento intimo
con le figure descritte sulla facciata.
Entrando nella chiesa e guardando a destra si apre alla vista il complesso
scultoreo della tomba disposto su quattro registri (fig. 3).
Ad una prima ricognizione non si trovano elementi epigrafici che consentono
di identificare il personaggio che vi è sepolto. Non essendoci
al riguardo nulla di scritto, nemmeno una data, gli unici elementi di
cui disponiamo per una identificazione del personaggio sono i simboli
di cui la tomba è ricca.
In alto sul quarto registro della tomba, sotto la cuspide che reca l'Agnus
Dei, vi è un gruppo scultoreo in travertino. Il gruppo è
composto da un'aquila che reca fra gli artigli un libro, libro che a
sua volta sovrasta un Angelo armato di lancia. L'Angelo è ritratto
nell'atto di soggiogare con la lancia un drago disposto sotto i suoi
piedi, che letto in termini simbolici vuol dire grossomodo: la volontà
purificata dalla conoscenza di sé che soggioga, senza uccidere,
il drago delle passioni.
L'aquila ha il collo particolarmente ricurvo e una scialbatura rossa,
mentre il drago conserva ancora tracce di verde. Proprio questi colori
associati a questi animali corrispondono ad una onorificenza data da
Papa Clemente IV nel 1265 alla nobiltà di parte Guelfa. Sappiamo
ora che si tratta della sepoltura di un uomo appartenente alla nobiltà
di parte Guelfa.
Sul secondo registro della tomba, partendo da terra, ai lati del Cristo,
appaiono due scudi bandati, questi ci indicano che ci troviamo di fronte
ad un cavaliere. Lo scudo bandato è infatti il simbolo della
cavalleria.
Sul terzo registro, sempre partendo da terra, possiamo vedere due angeli
che aprono una tenda e ci mostrano il corpo disteso di un uomo che indossa
la cocolla, abito tipico dei monaci.
La presenza degli scudi bandati simbolo della cavalleria più
la cocolla simbolo di un ordine religioso, ci fanno presumere che siamo
di fronte alla tomba di un importante cavaliere appartenente ad un ordine
religioso e per via, del simbolo dell'aquila e del drago, di discendenza
nobile se non regale e di parte Guelfa, come abbiamo visto.
Alcune domande affiorano a questo punto, a proposito di un così
strano personaggio: come mai ci tiene a rimanere celato dietro tutti
questi simboli? E come mai poi una chiesa così stranamente congegnata
nei suoi cicli scultorei era stata edificata per celebrare un personaggio
ineffabile che vuole rimanere anonimo ma non per chi sa comprendere?
La risposta, sull'identità di un tale personaggio, non è
facile da formulare, tuttavia una cosa appare certa: colui che ha disposto
i cicli simbolici all'esterno e all'interno della chiesa, era un personaggio
di una cultura raffinatissima, probabilmente cavaliere dell'Ordine del
Tempio e artista. Personaggio che avrebbe scelto l'umile terra dell'odierno
Molise per riposare in pace da sguardi e intenzioni perniciose.
Enzo
Terzano
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