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Articolo:
E. N. Terzano, "Trialismo e visiobiologia" in Panda's Over, Torino, n. 5, estate, 1984.

Trialismo e visiobiologia


In due precedenti articoli (OVER N°3 e 4) si è accennato, molto frettolosamente, ad una fantasociologia dei mezzi di comunicazione di massa nata sulle ceneri del lavoro di H. Innis e M. McLuhan. Sulla documentazione "frammentaria e ridotta" (Guido Almansi, Repubblica 13.4.84) di quest'ultimo si è costruito la teorica base dei visiodefinitivismo, ramo fruttuoso del più ampio TRIALISMO (Trialisme; TRIAL-ART) movimento artistico e culturale in ascensione sui già consumati e commercializzati neofuturisti. Il manifesto "definitivo" vedrà la luce dopo gli studi parziali che appaiono su OVER in esclusiva.
Il movimento Trialista sente per l'immagine, specie per quella tridimensionale, un'attrazione morbosa. Questa si realizza non solo nel porsi come copertura teorica per prodotti delle arti visive, ma soprattutto come stimolo per indagini intellettuali e scientifiche - neosistemiche - che abbiano come base il pensiero visivo. L'immagine come dato elementare della comunicazione contemporanea (bidimensionale) e futura (tridimensionale).
Nella serie di rifondazioni terminologiche, operate dal movimento, si materializza questo neologismo in forma di una futura disciplina delle scienze biologiche. Ed è dell'immagine che si reclama una scienza biologica capace di indagare le basi organiche della memoria della forma e della sua influenza nel comportamento umano.
La VISIOBIOLOGIA è tutta da fondare nei laboratori scientifici, all'attenzione di biologi desiderosi di sperimentazioni e premi Nobel. Questo nuovo ramo della biologia potrebbe accogliere il sistema di indagine della recente sociobiologia di Edward Wilson rigettando però la pretesa di considerare, con riduttivo ed estremo rigore di stampo conservativo, la socialità e l'organizzazione sociale come prodotti di stimoli essenzialmente biologici. Molto più vicina invece, sembrerebbe, alla meno recente psicobiologia (esiste una cattedra all'università di Roma tenuta da Alberto Oliviero) che indaga sugli aspetti del comportamento che hanno delle basi biologiche. Disciplina lontana, nei risultati che propone, dalla radicalità dei sociobiologi che si ostinano a considerare le organizzazioni sociali - animali e con estensione a quelle umane - di tipo aggressivo, come provenienti dalla nostra impostazione biologica.
I psicobiologi sostengono che l'aggressività chiama aggressività, quindi niente scagliare piatti sul partner perché questo fare ci provocherebbe solo scompensi biologici. I sociobiologi invece consigliano di scagliare i piatti e di continuare a farlo finché il partner non si riduce a più miti consigli, perché vince nella natura chi ha la maggiore determinazione biologica.
La visiobiologia si inserisce in questa querelle come ponte fra la biologia e l'immagine. Indagando: A. il sistema di archiviazione dell'immagine nell'individuo; B. il sistema di richiamo dell'immagine dell'archivio visivo situabile nell'emisfero di destra del cervello, maggiormente specializzato nella percezione delle forme; C. il codice secondo il quale si elaborano le immagini richiamate operando quella sorta di "montaggio" che presiede al dispiegamento del ricordo visivo o alle costruzioni fantastiche diurne e notturne; D. riuscire ad individuare nelle caratteristiche ereditarie dell'individuo una sapienza visiva acquisita dalla nascita, e per contro l'universo visivo che l'individuo è in grado di trasmettere per via ereditaria.
I risultati degli studi sulla biovisione potrebbero essere applicati per analizzare, su nuove basi, i rapporti di percezione dei media contemporanei che si servono dell'immagine statica e in movimento. Per esempio uno studio neosistemico - eseguito secondo i dati delle ricerche biovisive - sul cinema, potrebbe indagare a fondo l'intricato rapporto spettatore-film; spiegare il dato di comprensibilità del linguaggio cinematografico; e dimostrare che l'apparato tecnico di produzione cinematografica (macchina da presa, apparecchiature di sostegno mobile ecc.) è progettato secondo un principio bionico (leggo dallo Zingarelli: "Scienza che studia l'applicazione a dispositivi e apparecchiature tecnologiche di funzioni e strutture biologiche degli animali"). Quindi un apparecchio che imita - attualmente in maniera ancora primitiva - il nostro sistema di percezione-archiviazione-elaborazione biologica delle immagini. Il film non più come astratta invenzione tecnologica ma risultato di una estensione dei sistemi percettivi e di elaborazione che naturalmente possediamo.
"Sul piano fisiologico, l'uomo è perpetuamente modificato dall'uso normale della tecnologia (o del proprio corpo variamente esteso) e trova a sua volta modi sempre nuovi per modificarla" (M. McLuhan).
L'attitudine fisiologica della percezione sensoriale ci spinge a trasformazioni tecnologiche del media sempre più complesse e tendenti a portarlo più vicino al modello originale che ci portiamo addosso. In questo senso è spiegabile la tensione evolutiva che investe i media dell'immagine verso la tridimensionalità in sintonia al modello fisiologico originale: l'uomo vede tridimensionale attraverso quell'"obbiettivo" bioculare grandangolare che sono gli occhi. In questo senso l'accelerazione che l'era elettrica apporta alla vita sensoriale, non solo ci pone di fronte ad essa come "altrettanti servomeccanismi", ma ci consente - in virtù del viverla intensamente - di osservarla dall'interno e portarvi quelle modifiche che l'avvicinino sempre più all'originale di derivazione fisiologica.
La spinta a queste modifiche sarebbe dettata da quello stato di "torpore" che ogni estensione tecnologica di noi stessi ci procura, e per evitarci "tensioni psichiche" dolorose, operiamo quelle trasformazioni che nelle varie epoche siamo tecnologicamente in grado di realizzare.
Avvicinandoci al modello originale potremo chiamare di nuovo il film: BIOFILM.

Enzo Terzano