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Articolo:
E. N. Terzano, "Il biofilm e le tecnologie imitative" in Panda's Over, Torino, n. 7, luglio, 1985.


Il biofilm e le tecnologie imitative


Noi vediamo e percepiamo nel reale e nel fantastico come il cinema o le immagini prodotte dalle nostre estensioni tecnologiche non ci consentono di vedere. Questi apparati che imitano - attualmente in maniera ancora primitiva - il nostro sistema di percezione-archiviazione-elaborazione biologica delle immagini, non sono un'astratta invenzione tecnologica, ma, appunto, un'estensione dei sistemi percettivi e d'elaborazione che naturalmente possediamo. La tecnologia che li predispone consente una capacità d'imitazione della figura molto al di sotto del livello di percezione dell'originale organico, che, si attesta, su livelli percettivi sofisticatissimi ad opera del complesso delle sfere sensoriali. Inoltre questo sistema informativo "umano", sottende ad elaborazioni legate a processi non ancora sufficientemente indagati dalle scienze neurobiologiche.

Biofilm

La similitudine progettuale tra il sistema di percezione delle immagini nel corpo umano - attraverso l'occhio: obiettivo bioculare grandangolare - e del complesso percettivo ad esso connesso, con quella in uso nella tecnologia cinematografica, ci stimola ad una serie di rilevazioni che gli sono conseguenti. Gli occhi nella topografia del corpo umano sono in diretto contatto con il cervello. Quest'ultimo è l'organo che dispone la registrazione, l'elaborazione e l'archiviazione di tutte le informazioni provenienti dal complesso degli organi sensoriali, nella macchina da presa (MdP) l'obiettivo è collocato in diretto contatto con la pellicola che, appena impressionata, si raccoglie nel magazzino. Quest'ultimo è una scatola nera che contiene contemporaneamente l'immagine impressionata (pellicola esposta) e quella impressionabile (pellicola vergine), su un supporto che consente degli standard di registrazione fissi (durata rullo). "Il cervello…non conosce direttamente la realtà esterna …" (E. Morin, Il cinema o l'uomo immaginario, Milano, Feltrinelli, 1982), così come la pellicola da impressionare non conosce l'immagine che ospiterà. Entrambi sono informati da un "gesto" di percezione che: nell'uomo è l'apertura delle palpebre e il successivo e automatico ingresso di luce che si formalizza in immagine; e nella MdP è la messa in funzione del meccanismo di registrazione e la conseguente apertura alla luce esterna. Sia il cervello che il magazzino di una MdP sono una scatola nera. Entrambi non conoscono la realtà esterna, come si è appena detto, fino a quando non intervengono degli stimoli che in maniera diversa producono una simile reazione. Il cervello "riceve, tramite i recettori sensoriali e i reticoli nervosi …soltanto degli stimoli (…rappresentati come sequenze ondulatorie- corpuscolari) che esso trasforma in rappresentazioni, cioè in immagini" (E. Morin, Idem). All'interno del cranio, il cervello sviluppa quindi; le immagini, che gli arrivano dai recettori sensoriali e dai reticoli nervosi. Questi ultimi sono da individuare come un "supporto" che opera un trasferimento continuo di impulsi successivamente trasformati in immagini.
Nella tecnologia cinematografica è la pellicola il "supporto" sul quale viaggia l'immagine. Questa, prima vi risulta impressionata, e poi, in seguito ad un processo chimico che ne sviluppa l'impressione, rivela in negativo l'immagine. La differenza progettuale tra il vedere dell'occhio e quello della MdP che fin qui rileviamo, non facendo per ora alcun riferimento alle qualità - terza dimensione, definizione, ampiezza ecc. - delle immagini, è un sostanziale differimento della fruibilità di quest'ultima. Si potrebbe dire, così, che il sistema tecnologico attualmente in uso nella produzione cinematografica, spezza in differita la materializzazione dell'immagine. La pellicola viene impressionata, poi sviluppata, poi stampata in positivo e solo dopo queste operazioni è proiettabile. Con quella dissociazione che McLuhan segnala fra proiezione e schermo: "la dissociazione tuttora in atto tra proiettore e schermo è un residuo del vecchio mondo meccanico di esplosione e separazione delle funzioni che l'implosione elettrica sta ora portando alla fine" (McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Milano, Garzanti, 1981). In questo rimando della fruibilità dell'immagine risiede il concetto di differimento dell'immagine. Differimento che nel nostro modo percettivo fisiologico è assente o quantomeno presente a livelli impercettibili. Molto più vicino al sistema fisiologico di percezione dell'immagine appare il modo in uso nella registrazione in video (come McLuhan aveva puntualmente previsto). In questa l'immagine captata dall'obiettivo della telecamera viene trasformata in impulsi magnetici e registrata su un supporto. Questi impulsi possono immediatamente essere ritrasformati in immagine, ottenendo quella contemporaneità in visione che prima si lamentava. Nella tecnologia della registrazione in video quindi, l'immagine vista attraverso l'obiettivo è contemporaneamente visibile sul monitor. Il sistema fisiologico non si basa sulla contemporaneità dell'immagine che prima viene captata, poi trasferita, decodificata e quindi di nuovo resa visibile come nella registrazione in video, ma sulla sua istantaneità. La visione dell'occhio-cervello è istantanea perché questa è contemporaneamente non solo concretizzazione dell'immagine ma anche e soprattutto una lettura-elaborazione della stessa. L'istantaneità non si basa sui contatti separati di partenza e di arrivo dell'impulso, ma, su una unicità dei due eventi. La concretizzazione dell'immagine istantanea elaborata è l'invidiato tecnologico che si cerca di emulare. Non si può, però, non notare che il sistema della registrazione in video ha realizzato notevoli progressi: nello stabilire una sostanziale riduzione del fenomeno del differimento dell'immagine, propria ai sistemi chimico-meccanici della tecnologia cinematografica. In più al surclassamento della frammentazione delle operazioni di restituzione dell'immagine con utile riduzione dei costi di produzione.
Questa similitudine ovviamente non tiene conto che la percezione fisiologica è tridimensionale e quella realizzata dalle tecnologie imitative è, per ora, legata alla restituzione di un'immagine bidimensionale variamente definita.

Enzo Terzano