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Racconto:
E. N. Terzano, "Game between persons" in Panda's Over, Torino, n. 8, dicembre, 1985.

Game between persons

a Marco Utili

Affaticato dagli innumerevoli circuiti emotivi incontrati nel pomeriggio aveva deciso di dirigersi verso un luogo tranquillo.
Il puzzle casuale di persone, che incontrava per strada, gli aveva procurato sensazioni gradevoli e si sentiva continuamente perforato da mille bisogni di comunicazione cui non voleva rispondere.
Non era proprio il momento di velocizzarsi e di scambiare informazioni, in ingresso e in uscita, e si era convinto di voler piuttosto rimanere solo.
La strada terminava, biforcandosi, di fronte ad un complesso edilizio di dimensioni esorbitanti. Piuttosto che aggirarlo, esercitando le funzioni tattili della passeggiata organica esterna che lo avevano già stremato, aveva preferito trasvolare l'interno in diagonale e quindi vi si era introdotto.
Dei comodi elevatori quadridirezionali, con funzioni di ascesa e discesa, come un comune ascensore ma arricchiti della conduzione orizzontale, lo passeggiavano attraverso l'ambient confort un tantino freddo e non gradevole.
Questi, monopersone, avevano il pregio di essere costruiti in materiali trasparenti che consentivano un'apprezzabile invasione visiva in qualsiasi percorso.
Un biglietto, fra un ampio spettro d'informazioni visive, aveva attirato la sua attenzione. Attaccato con dello scotch su uno dei tableau a quarzi liquidi che indicavano le direzioni, recava, visibili nella piega, iscrizioni manoscritte.
Si era fermato. Staccatolo e, guardatosi intorno per scorgere gesti di disapprovazione che nessuno gli fece, lo aprì. Vi era scritto con una calligrafia che gonfiava le vocali: "AmErEI fArE cOn lEI Un gIOcO frA pErsOnE". Seguivano una serie di numeri che indicavano, indubbiamente, un interno del megastabile. L'idea di un incontro casuale, per un tratto, lo aveva turbato nel sesso.
Poi, gli sembrò troppo raffinato, per il quoziente d'intelligenza medio, usare questi sistemi per procurarsi partners. Lo stesso messaggio, d'altronde, e il suo essere depositato a mano su una pagina di carta di seta finissima, denunciavano un'eleganza affatto comune che lasciava pensare a esigenze di comunicazione più evolute del semplice contatto fisico.
Ne rimase incuriosito oltremodo, e si spinse alla ricerca, presso un vicino computer localizzatore, della strada più razionale da seguire per giungere all'interno che era indicato sul messaggio.
Un rossore leggero negli occhi, che sentiva chiaramente anche non guardandosi riflesso, gli aveva riconosciuto intimamente il desiderio di vedere la persona e apprenderla.
L'elevatore lo aveva condotto nel punto richiesto e, lasciato ai suoi piedi il compito di concludere la ricerca, era scomparso velocemente verso un'altra chiamata.
Un corridoio luminosissimo a luce solare artificiale gli si apriva davanti. Conteneva, ai lati, piante grasse dalle forme più disparate che avevano un aspetto solido.
Aveva subito pensato a delle piante d'antiquariato e di una, in particolare, poté conoscere il nome da un cartellino che portava, come in un orto botanico, pendulo dal vaso che la conteneva.
Si trattava di un'"Alocasia metallica", con la pelle del colore del bronzo ossidato, la sua forma ricordava quella di un tubo da condotte che finiva con la punta di un'alabarda.
Una serie di piante capricciose costellava il percorso e immote registravano, nel loro intimo, il suo passaggio silenzioso.
La porta corrispondeva al numero del biglietto. Fu aperta da servomeccanismi e così richiuse ad ingresso avvenuto. Una voce, registrata ma naturale, lo pregava di accomodarsi e di attendere.
Nell'ambiente, in cui si era introdotto, la luce penetrava solo dall'esterno, nessun cono era predisposto a questa funzione, sicché il contrasto con il corridoio, appena attraversato, era abissale.
Le finiture, che i suoi passi rallentati sorpassavano, si materializzavano solo attraverso riflessi provenienti da fonti luminose non proprie.
Una tendina, probabilmente di titanio e tessuta a nido d'ape, ricopriva gran parte delle finestre esagonali, dalle quali, dopo essersi avvicinato, poté vedere degli enormi tabelloni pubblicitari, di nuova concezione, che sprigionavano una luce densissima, probabilmente superiore alla definizione biologica della vista umana.
Questa era la luce, che permetteva, filtrata e scomposta, di esercitare la visione dentro l'appartamento. Infatti, penetrava attraverso le cellette esagonali della tendina, disegnando, sul pavimento, un enorme arniaio.
Si accorse così di poter vedere solo a frammenti esagonali. Il concetto di cella sembrava realizzarsi pienamente con una sovrapresenza di forme continuamente ripetute in una penombra, che presto scoprì, monocolore.
Avevano dato del giallo dappertutto con una densità che faceva ricordare le chine leggere di un tempo, quelle ecoline dai colori tenui, mai completamente definite nel tono.
Non succedeva nulla da almeno mezz'ora, seduto su una poltrona eccessivamente avvolgente, godeva il fumo di un'erba. I cumuli raggianti che alzavano leggeri, creavano sbarrette nebbiose di luce quasi solida; apparivano come una serie di lance termiche disposte in diagonale.
Pensò che l'aria era pesante come se l'ossigeno fosse divorato dalla materia aerofaga di qualche oggetto.
Una figura eretta immergendosi nel suo spazio visivo turbò i luoghi della sua osservazione. Quest'uomo dalla sagoma regolare si diresse docile attraversando indenne i fasci di luce.
Gli si avvicinò ad una distanza conveniente, sedendo una poltrona, lì disposta, identica e sempre gialla come la sua. Si guardarono un tempo indefinito, senza parlare.
Gli occhi dominavano i sensi della conoscenza a scapito della parola e dei gesti odorosi. Assorbivano l'uno dall'altro le rispettive immagini.
Il colore dominante del giallo li aveva resi monotòni entrambi e come un'immagine, che si riflette in abisso, le poltrone sembravano propagare nello spazio la stessa materia.
Era indubbio che i loro circuiti avevano preso un progressivo e sempre più ampio contatto. Gli ingressi e le uscite delle informazioni, in ciascuno, sbocciavano rilassando le maglie della diffidenza.
Non c'era nulla da cui difendersi, di cui temere un'involontaria contaminazione spersonalizzante. Un fluido magnetico attraeva i due corpi l'uno verso l'immagine dell'altro.
Sembrava, ad ognuno, che la propria immagine, a tratti, fosse l'unica esistente, e che in due, non se ne conteneva che una sola.
L'ego si gonfiava a dismisura, deflagrando di piacere, nell'essere un altro e di possederlo. Sentivano questa sensazione in costante trasformazione fino a che, l'ego diventava la forma evoluta di un'oggettivizzazione, sintesi di due immagini.
Con un torpore che non aveva mai sentito, emise istintivamente dei suoni, significando, in un sopravvenuto momento di lucidità che lo abbandonò presto, lo stupore che quell'uomo, ospitandolo, finiva stranamente per assomigliargli e lui stesso, persino nei ricordi, assomigliava all'altro.
Era vero dunque che si può diventare l'immagine che si guarda con desiderio.
Eppure aveva sempre creduto di potersi realizzare nella sua visione interiore, osservandosi e analizzandosi, ed ora scopriva che non si era mai bastato, che nulla nella pratica della visione interiore individuale gli aveva mai dato quella sensazione unica ed evoluta.
L'altro gli rispose che era una follia biologica che aveva cercato da tempo.

Enzo Terzano