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Articolo:
E. Terzano, "La nuova spettacolarità ha un grande amore:
il teatro", in Sipario, Milano, a. XXXVIII, n. 412, maggio, 1983.
La
nuova spettacolarità ha un grande amore: il teatro
Il
gruppo teatrale "Ra" (ex "Radenui") con "Il
grande amore di Ewa Broun" aprirà la rassegna Pata Vanitas
organizzata dall'Assessorato alle Manifestazioni e Beni Culturali sel
Comune di Padova e curata da Virginia Baradel e Sirio Lugimbuhl.
La rassegna è in programma per la seconda metà di Maggio
fino a Giugno inoltrato e comprende una serie di eventi performance
all'insegna del multimediale: video, concerti, spettacoli teatrali,
cinema e danza. Dislocata in vari spazi all'aperto sarà una verifica
spettacolare di prodotti architettonici progettati in funzione dell'utile,
del culturale e del ricreativo.
La multimedialità non ci verrà espressa solo con l'assemblaggio
di diversi media artistici, ma anche in ciascun media come nel caso
del "Il grande amore di Ewa Broun" dimostrazione dinamica
di diversi specifici.
Il neoautore italiano - in qualunque arte si cimenti - sembra rimanere
vittima di quell'assurdo propositivo di non investire nello spettacolo
più del diecipercento d'inedito. Un fattore di rischio decisamente
basso che più che far parlare d'innovazioni ha la tendenza ad
avventurarsi nel vendibile. Ci viene in mente la spregiudicatezza degli
artisti o neoautori, newyorkesi o berlinesi che siano che ad onta di
ogni fallimento: trasferiscono codicamente, stabiliscono convenzioni
semantiche, sommano stereotipi e citano bestsellers, referenziano con
rimandi non importa quanto prestigiosi, investono le loro poche o molte
lire e avanti così: producono, stimolano, esportano, vendono
e si affermano. Questo coraggio è comune a pochi dei nostri neoautori.
Non fosse altro che il binomio intelligenza e denaro male si coniuga
nel nostro territorio. In fondo, guardiamo in faccia la realtà
come si diceva nelle stagioni di fuoco, da noi pullula l'ereditarietà
artistica - zio, nipote, babbo-figlio e via di seguito - che riflette
un poco la staticità cinquantenaria della nostra classe politica.
Il ricambio, se mai avverrà - c'è da dubitarne anche se
gli anni passano per tutti - sarà frutto di tremendi colpi e
scossoni e botte, che dovremmo scambiare - facciamoci furbi - con chi
ci ributta, premeditamene, in aree avanguardistiche marginali e perennemente
sperimentali.
La Nuova Spettacolarità può uscire - ammesso che lo voglia
- dai ghetti dell'off-off e imporsi spregiudicatamente come tendenza
anche se fatta di componenti diversissime. Non è forse connotata
di multimedialità?. Non c'è forse il rifiuto della frammentaria
specializzazione dei decenni trascorsi? Questo nuovo gusto di mixare
il fumetto con la poesia visiva, la fiction cinematografica con la danza,
la televisività e la ripetitività, il magico con l'inespressivo,
le tecnologie più avanzate con la parola urlata dal vivo con
rigore nella dizione. Una sorta di ritribalizzazione che avviene questa
volta all'interno della metropoli e non all'interno dei soliti luoghi
deputati, lontani dai deserti della mondanità artistica o zen
o mitici o ideologici.
Si può parlare, fra qualche rara altra, di buona idea venuta
al gruppo teatrale RA' che con "Il grande amore di Ewa Broun"
si fa interprete di una ideazione atipica ampia e non per questo non
già simultaneamente godibilissima. I tempi dell'assorbimento
dell'innovazione si sono ridotti a tal punto - merito delle fibre ottiche
direbbe qualcuno - che si rischia, in questa istantaneità di
giudizio, di travolgere in modo e microtendenze tutto ciò che
si cerca faticosamente di produrre. Anche se l'impianto scenico in quell'ordine
di caselle conseguenziali - ma poi usate a scacchiera, in diagonali,
singolarmente, o tutte insieme - può far pensare a un impianto
(sia anche per il materiale usato) molto moderno, in realtà lo
spettacolo rifugge da qualsiasi naturalistica robotizzazione, percorrendo
invece l'astratto, il sogno, l'irreale, ma anche lo stupido teatrale,
la banalizzazione in opera con il musical. E qui si inserisce tutto
un rimando alla tradizione anglosassone del musical: gli attori non
recitano ma recitanocantando. In inglese ma anche in armeno, francese,
latino, portoghese, tedesco e finalmente in italiano. E' con le moltelingue
che si conia la voglia di mettere in scena uno spettacolo che vada bene
per l'Italia come per la Turchia. Mario Sucich l'ideologo nello spettacolo
e dello spettacolo, parlava - ma ahilui i costi! - di un visualizzatore
digitale dei testi via via così tradotti nelle varie lingue madri
degli spettatori. Il sogno della quotidianità trionfa come nell'ultimo
Coppola, i gesti si ripetono senza diventare comunque ossessivi perché
dotati di una provvidenziale ciclicità. Il mito e l'invenzione
a tavolino fluiscono in gemme creative quali possono essere le voci
in playback ma diligentemente manipolate, ingrossate, sbiadite, consumate
e spiritate ad opera dell'imprevedibile Maurizio Marsico alias MONOFONICORCHESTRA
fervente assertore di una musica dissipatrice e bizantina.
Enzo Terzano
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