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2. Le affettività condivise


Ogni personaggio in fondo, non è stato inventato, essendo il risultato di una proiezione più o meno fantastica, del reale rapporto esistente con l'attore e l'attrice: amico, amica e amante. In questo senso la storia e il dialogo sono stati costruiti su una delicata conoscenza e confidenzialità con gli attori. Niente consultazione con gli attori, cioè dare la possibilità di scrivere il dialogo, semplicemente "mettendogli in bocca" affermazioni, opinioni, una confessione, una metafora o una nuda realtà. Si è trattato per molti aspetti di uno psicodramma recitato, e nel caso di un'attrice è stato rifiutato.
Non si trattava di lasciare andare l'attore a rivivere l'esperienza di episodi precedenti o in qualche modo legati alla sua vita, piuttosto, doveva recitare l'opinione di un amico (il soggettista - Rosario Russo), filtrata attraverso l'esperienza che Rosario aveva dell'altro-altra, comunque appartenente alla sfera esistenziale reale degli attori.
Il personaggio dell'attore nel film è l'emanazione del suo personaggio reale, quotidiano, che viene "reso" nel film attraverso la lettura data da Rosario del rapporto d'amicizia. É un'opinione comunque positiva, al di là della sgradevolezza del personaggio, delle convenienze narrative e stilistiche che lo guidano. Osservando la possibilità che quello che sta per essere recitato può essere, non solo una proiezione, un "buttare fuori" delle cose da parte del soggettista, ma anche un'interpretazione di segrete tendenze degli attori-amici che rivestono come personaggi una delle loro probabili destinazioni. Oppure Rosario cercava di individuare un personaggio da "portare" all'amico-attore, in modo da vederlo dentro altre vesti, un "la vedrei come un'antiquaria" invece che nel lavoro reale di insegnante riferita a Carla un'amica di Elena, la protagonista del film, conosciuta ad una festa. Nella maggior parte dei casi non è possibile individuare queste destinazioni dalle sole immagini del film e dal dialogo, spesso sono solo convenienze che stanno dietro al soggetto scritto, momenti che reggono la logica degli eventi narrati, sconosciuti al pubblico che fruirà del solo prodotto confezionato.
Una lettura della sceneggiatura invece svela antecedenti e conseguenti e precisa i ruoli individuando gli attori come amanti e amici. Un presupposto di quello che tratto è che nessuno dei nostri amici ha avuto prima di questa esperienza un'altra. Solo alcuni hanno recitato in un altro film realizzato da Rosario Russo coautore e soggettista di "Al di fuori di Noi Due".
Mi sembra più esatto definire il rapporto con la stringa amico-amica-amante-attori. Proprio perché la prestazione nella qualità di attore è successiva a quella amicale e di amante, e questo giustifica la disponibilità a posare senza nessuna richiesta di pagamento anzi mettendo a disposizione il proprio tempo, la propria energia, il corpo...
C'è un caso in cui un nostro amico si è rifiutato di recitare un dialogo. In quella situazione eravamo Rosario ed io, c'era Elena, la protagonista (il suo ruolo nel film lo ha interpretato con il suo nome di battesimo), eravamo in Trentino, vicino Rovereto. Sul lago di Cei girammo due flash-back molto importanti nella storia del nostro film. Elena e Roberto (i due protagonisti) nel primo flash-back si sarebbero messi insieme, nel secondo c'era il ritorno di Roberto alla ricerca di Elena fuggita da casa sui luoghi dove si erano conosciuti.
Martin un misterioso cugino di Elena fa da sfondo e polo di interesse, di entrambi, controbuì alla loro unione all'inizio del rapporto. Girato il primo flash back rimaneva da girare il ritorno di Roberto. Roberto avrebbe incontrato Martin, completamente cambiato, alcolizzato e ferito da esperienze troppo dure in una provincia piena di contraddizioni. Il dialogo che essi consumavano, completamente ubriachi dietro un tavolo prevedeva una confessione di Martin. L'impossibilità di vivere la propria omosessualità in quel contesto sociale o in una struttura pubblica come la scuola dove egli insegnava. Tutto questo è narrato dalla viva voce di colui che anche nella vita reale si consuma in questi problemi. Quando Primo (Martin nel film) si trovò a leggere quello che Rosario (Roberto nel film) aveva scritto per lui si rifiutò energicamente di recitarlo non volendo fare di un'esperienza probabilmente pubblica, (il film) un teatro dei propri problemi reali. Sta di fatto che su Primo, che è amico, è caduta un'accusa precisa di Rosario nel non volere affrontare in termini concreti di rottura la propria condizione di omosessuale di provincia "velato". Contemporaneamente la recitazione di una proiezione futura come di quelle "probabili", direi latenti, destinazioni esistenziali che si potrebbero verificare, che intanto sono narrati nella storia del film. Proprio per questo, quei testi, quelle scene, sono più dolorose per l'attore, poiché riguardano la sua vita. Il rifiuto di interpretare un ruolo che ha che vedere con la propria vita quotidiana ma anche in qualche modo potrebbe interessare il futuro personale della vita dell'attore, anche se mediato dalla fiction, ci si è presentato nitidissimo davanti agli occhi. Nessuna rassicurazione o convincimento ha potuto sviare il problema e si è dovuto cambiare la sceneggiatura. Per parte mia ho smontato la macchina scenica, in silenzio inizialmente, urtato dal rifiuto. La sua scelta l'ho poi condivisa intanto come gesto in sé, Primo difficilmente dice di no. Poi anche rigettare quell'irruzione violenta nella sua vita, anche se di un amico, al quale non si può concedere il ruolo di risolutore-analizzatore, senza che in qualche modo vi sia un'"affettiva" intesa. Il rifiuto non è stato accolto positivamente da Rosario. Si doveva cambiare la trama, ridurla e in qualche modo recuperare l'equilibrio perso. Il soggetto cambiato prevedeva la morte per eroina, di questo, ormai eroe che era Roberto il protagonista maschile del film. Una sottile vendetta, se si vuole, consumata sulle pagine scritte, in un commento fuori campo, su delle immagini di un cimitero di guerra polacco, disordinato nella vegetazione estiva, ma non nel ritmo regolare delle croci. La camera a mano seguiva quasi di nascosto "alle spalle", il personaggio di Roberto, discretamente, in quello che ormai, era diventato un viaggio una ricerca completamente dolorosa.
Il commento fuori campo era stato scritto da un attore che svolgeva un ruolo molto importante nella vita di qualcuno di noi. Vista la delicatezza del problema affrontato, ci voleva la sensibilità di qualcuno che quotidianamente avesse da viversi quel dramma. Il pezzo, fu poi, lievemente corretto verso la fine, dove ci apparve triste, quasi un elogio di questa scelta.
La stessa persona, Miguel un argentino, collaborò molto alla scrittura di altri dialoghi e più generalmente sull'andamento della sceneggiatura. Questa collaborazione non è una palinodia, di ciò che è stato detto, precedentemente, ma semplicemente un'eccezione concessa a chi era estremamente legato al quotidiano di Rosario.
Da qui potrei aggiungere quella terza coppia: "l'amico-amica-amante" ; che non è come avviene normalmente nel mondo dello spettacolo e anche tanto altrove… l'uso degli attori e l'abuso della loro sessualità, ma solo la chiara relazione di quanto una storia d'amore non sia un al di fuori di noi, ma tutto quello che noi siamo.
L'amico-attore, conosciuto il personaggio da interpretare, ha modificato spessissimo il vocabolario del dialogo adattandolo con parole che gli sono più familiari, di uso quotidiano, ottenendo risultati apprezzabili. Il rovescio dove si specchia "l'offrirsi dell'attore", mostra quello che può sembrare un ricatto. L'attore-amico non è legato alla produzione con un contratto firmato, quindi può lasciarci in qualsiasi momento e secondo le sue necessità. É un rischio grandissimo e specialmente se l'amico che 'ricatta' riveste il ruolo di un personaggio principale può compromettere l'esito del film; cioè può impedire materialmente di finire le riprese e quindi mandare tutto all'aria... Ci è successo in un episodio del film dove l'attore non ha voluto poi più doppiare la scena. Si trattava della scena in cui Elena e Roberto tornavano insieme; muta nei dialoghi con un solo complemento musicale, rimaneva da girare dopo una giornata di sette ore di lavoro. Avevamo finito durante il giorno degli esterni al Testaccio a Roma, con una certa tensione, per dei gitani un po' violenti che ci disturbavano. La scena riprendeva l'attesa di Elena, in casa, seduta sul letto matrimoniale, ancora sfatto; l'arrivo di Roberto e il lungo abbraccio silenzioso. L'attrice avrebbe voluto terminare la serata stessa, così, semplicemente nella stanza da letto con un'unica inquadratura. Aveva da vedere a Pesaro un film di una rassegna sul cinema sovietico al quale, come spesso ripeteva non ci teneva molto.
Tanto meno al film che secondo lei le aveva rovinato un anno di studi. Ero rimasto in silenzio, sebbene urtato da un atteggiamento troppo snobistico di Elena per altro non particolarmente bella e interessante, per tutta la durata della lavorazione. Ma avevo intenzione di girare il finale con tutta l'attenzione che questa parte del film così delicata meritava. dovendo sacrificare tutto il film all'esigenza di vedere un film sovietivo che a Elena interessava il giusto mi pareva troppo. Sacrificare il film va bene per motivi reali, certamente non sacrificarlo ad una esigenza non vera. Questo non mi era possibile sopportarlo. E qui che il contrasto nitido fra uno (me) e l'altra (Elena) si è presentato davanti, riuscimmo a convincerla durante le riprese fatte al mattino seguente, un silenzio di tensione doveva chiudere un'esperienza magnifica e anche un'amicizia. Più tardi Elena si rifiutò di doppiare delle scene che erano state girate a Pesaro al mare. Qui il dialogo fu impossibile prenderlo in diretta come era stato fatto per il resto del film. Il vento e l'eccessivo rumore di fondo ci avevano convinto ad usare l'opzione studio di doppiaggio che poi si rivelò fallimentare. Vuoi per i mezzi che siamo riusciti a realizzare in uno studio di montaggio a Roma e soprattutto per l'uso di un'altra voce di donna. Alla proiezione del film davanti ad una platea sperimentale, questa parte si è rivelata peggiorativa dell'insieme, la sostituzione della voce rimaneva evidente e per questo inaccettabile. Così ci siamo visti costretti a tagliare la sequenza montata, riducendo il film a circa 50 minuti dagli originali 56. Credo che in casi come questi tagliare una parte del film che si condivide, che si ama, è molto doloroso, soprattutto perché non è necessario ai fini di un miglioramento narrativo.
Questi sono i rischi che questo tipo di relazioni tra i realizzatori di un film e i protagonisti, hanno latenti al proprio interno. Si è assistito così al rifiuto di interpretare un ruolo (Primo in Trentino); di eseguire un'operazione successiva alle riprese (Elena e il doppiaggio a Roma); così anche nelle riprese finali (Elena a Roma) di ridurre una sequenza a qualche inquadratura. Con la stanchezza di cinque mesi di collaborazione un'attrice, ci ha obbligato con la fretta di finire presto a fare scelte che le erano convenienti, indicandoci ciò che dovevamo fare del nostro film, pagato con i nostri risparmi e realizzato momento per momento con un impegno non indifferente.