Arte
e Fede
C’è
un modo di apprendere le cose che è molto freddo, e le cose
stesse, qualsiasi esse siano, emozioni, pensieri, sensazioni,
diventano una specie di merce che riempie la nostra vita,
qualcosa che si consuma in un baleno e poi viene buttato via.
In questo modo diventiamo ricettacoli d’informazioni e procediamo
inesorabilmente a diventare più freddi umanamente, più distaccati
non solo dalle esperienze degli altri ma anche dalla nostra
stessa esperienza di vita. Vi è dunque la tristezza di un
uomo consumatore d’informazioni che non è in grado di trasformare
in conoscenza quasi nulla di ciò che tocca, poiché le informazioni
che incontra, di per sé, sono devitalizzate e restano fredde
tutt’intorno come prodotti industriali. In questo panorama,
un po’ desolante, si vedono cumuli d’informazioni (le nostre
biblioteche reali e virtuali) che non sono utili ad insegnarci
a vivere, anzi ci fanno affondare nel mare della confusione
e dell’eccesso, e invece di aiutarci a dare un senso alla
nostra vita riescono solo a gonfiare un nostro orgoglioso
concetto che chiamiamo ‘cultura’, con il quale facciamo gli
spavaldi o gli intensi, i romantici o gli irriverenti, i conformisti
o gli antagonisti… Accanto a questo uso ordinario delle informazioni
vi è un altro modo di apprendere le cose, facendo diventare
parte della propria esistenza, ciò che si sperimenta con i
sensi e con l’intelletto.Questo portare dentro si sé, nella
propria esistenza, emozioni, pensieri e sensazioni ci fa provare
l’esperienza reale che esiste, una conoscenza, che può operare
nella vita quotidiana. Questa conoscenza non può essere solo
un fattore concettuale, non ha l’aspetto né la funzione dell’informazione
e non le assomiglia, ma bisogna che questa conoscenza abbia
la qualità di scendere fino al cuore della persona che l’incontra.
Ciò vale per tutto quanto riguarda la comunicazione di cose
reali rispetto al nostro essere, non d’informazioni che sono
frutto di fantasticherie, le quali non sono connesse con la
nostra condizione autentica e dunque non possono aiutarci
a vivere, ma casomai essere pateticamente utili alla dissipazione
della vita nelle cose vane. Ogni civiltà si è posto il problema
di incanalare la conoscenza nella società, di trovarle una
via per essere espressa nella forma di un mezzo di comunicazione.
Ecco l’arte è un mezzo d’espressione per chi la vive ed è,
contemporaneamente, un mezzo di comunicazione e una via di
conoscenza. In questo modo è lecito riflettere con attenzione
sulla vera funzione dell’arte. L’arte non è soltanto un ornamento
(cioè un’informazione) per le nostre pareti, non è una merce,
qualcosa che dobbiamo comprare oppure apprezzare solo per
il suo valore esteriore, fatto di segni su una materia. L’arte
non è per l’artista soltanto la rappresentazione delle sue
passioni individuali, cioè della sua mente ordinaria, l’arte
è qualcosa di più, che indica un prototipo complesso, universale,
è un’operazione primordiale, ha l’aspetto della Creazione
e nel piccolo tempo dell’esistenza dell’artista, nel minuto
mondo della persona, assomiglia a quel prototipo di ogni invenzione.
Vi consiglio di dare uno sguardo alla lettera che Giovanni
Paolo II ha rivolto agli artisti, molto semplice e profonda,
che chiarisce il senso di alcune cose che diremo e in particolare
ci aiuta a comprendere la distinzione tra il Creatore e l’artefice:
il Creatore è Dio Padre che genera proprio tutto, l’aria che
respiriamo, la terra che ci sostiene, il cielo che ci copre
e tutto quello che vediamo e anche tutto quello che non vediamo
e tutti i misteri che non conosciamo. Questa generazione primordiale
è stata ed è immensa, insondabile, illimitata, incomprensibile
alla mente razionale e concettuale, e questa può solo gustarla
nello stupore e nella meraviglia. La Creazione è attiva e
si rinnova ogni giorno perché la creazione giace in ogni momento
e luogo, ecco che anche l’artista, nel suo lavoro minuto nella
creatività della sua persona, imita il Padre suo e crea qualcosa,
diventa un artefice. Crea pescando fra le intuizioni che sono
nella sua interiorità, nelle intuizioni che hanno un cuore,
nel cuore della sua fede. L’artista nel momento della creazione,
che proviene dalla sua persona, non ha bisogno d’informazioni
ma ha bisogno del cuore, del centro del suo essere che vive
giorno per giorno l’esistenza. Nel cammino dell’esistenza
anche l’uomo che non crea opere d’arte ha bisogno di qualcosa
che lo aiuti nella comprensione della propria natura autentica,
e allora ecco che incontriamo la distinzione fra arte sacra
e arte profana. Ora possiamo chiederci cosa distingue l’arte
sacra dall’arte profana? Fondamentalmente è la componente
morale che le distingue. E che cosa genera una componente
morale? E’ la fede! Ecco il tema: “Arte e Fede”. Definito
questo rapporto e detto così velocemente mi sembra che abbia
poco o scarso significato, per cui bisogna trovare un modo
più comprensibile e arioso di dirlo. La componente morale
è nata da un vasto pensiero che ci è stato rivelato e che
porta in sé gli orientamenti su che cos’è l’essere umano,
da dove viene, quali sono le sue qualità e peculiarità fondamentali.
Ecco che allora la fede è il nostro orientamento, noi ci orientiamo
attraverso la fede per la comprensione del mistero della nostra
natura autentica. L’artista si nutre di fede, perché altrimenti
come potrebbe entrare in contatto con la parte più intima
della sua natura dove si percepisce il divino? Certamente
al di fuori, attraverso la percezione dei sensi, ma soprattutto
all’interno nel proprio cuore, si trovano le risposte alla
creatività della vita. Immagino, in questo momento, l’iconografia
del Sacro Cuore di Gesù. Lì il cuore è al centro, è il centro.
Lo spazio, immenso, del cuore dove ogni parola, immagine,
ogni sentimento, ogni intenzione, ogni azione dimora… Allora:
come posso io artista, senza fede, arrivare ad attingere,
da questo Sacro Cuore che è anche il mio cuore pienamente
convertito, totalmente dedicato, non solo, ma diffuso, estinto
in quello di Gesù, disperso nello spazio luminoso senza limiti
presente nel Suo Cuore… Ecco che l’artista discende, o se
volete, sale, all’interno del proprio cuore e attinge e porta
fuori le immagini e le fa diventare manifestazione. Cos’è
dunque creare? E’ quando le immagini che sono divenute opera
d’arte hanno un valore anche per gli altri. L’opera d’arte
non è solo un problema dell’artista che crea, ma è un problema
anche della gente che va a vedere queste opere. Pensate che
nel medioevo, era importante avere delle immagini per sostenere
la fede, perché la gente non sapeva leggere e allora l’immagine
del Vecchio Testamento o del Nuovo Testamento disegnavano
un percorso attraverso i simboli per gli occhi, era un modo
di entrare nel cuore della condizione cristiana attraverso
gli occhi. Ci sono anche i simboli per le orecchie e dunque
c’è stata la musica sacra, basta ascoltare un po’ e già sorge
qualche sentimento in noi, sorge il sentimento e dunque piano
piano la comprensione. Il linguaggio dell’anima è un linguaggio
fatto di sentimenti. Non si capirebbe altrimenti come sia
possibile contenere, senza falsarlo, l’intero Insegnamento
di Cristo, e non si possa trovare parola più adatta per indicarlo,
se non ‘Amore’, parola dalla quale potrebbe sgorgare per intero
la sua storia terrena e celeste. Ecco il sentimento, ecco
l’anima. Ecco l’arte del sentimento sovraindividuale, ecco
l’arte sacra. Non so se avete ascoltato della musica sacra
questa entra molto a fondo, penetra, attraversa, commuove
quindi vuol dire che sa lavorare con il sentimento perché
anche una peculiarità del cristianesimo è questa semplicità
profonda, una semplicità del sentimento, questo Dio d’amore
è un Dio di sentimento. Allora l’arte lavora con i sentimenti
per questo è data importanza all’arte in tutti i sistemi religiosi
del pianeta. Posso affermare tranquillamente, senza timore
di sbagliarmi, che l’arte cristiana e il sistema delle arti
sviluppato all’interno del cristianesimo, è il più importante
mai sorto sul pianeta e penso anche che le religioni stesse,
nei loro aspetti, purtroppo, integralisti e quindi non autentici,
sono state responsabili molto spesso della distruzione dell’arte
prodotta in altri ambienti religiosi… e lo stesso cristianesimo,
nella sua veste non autentica, ha fatto, purtroppo, molto
lavoro in questo senso. Ciò tuttavia non toglie valore all’importante
funzione dell’arte anzi paradossalmente la conferma. Si distrugge
o s’integra l’arte altrui e s’ingloba in un certo senso il
potere evocativo e comunicativo di quell’arte. Tutto ciò penso
si possa comprendere semplicemente.

Il
cristianesimo ha prodotto dunque molto in termini di opere
d’arte, in termini di pittura, di scultura, d’architettura,
di musica, letteratura e poesia ecc. Appena al di sotto della
creatività cristiana, in termini esclusivamente numerici in
opere d’arte, c’è un’altra religione che ha regalato all’umanità
opere splendide e questo è il Buddhismo, poi di seguito l’Induismo
e via via fino alle religioni che come la mussulmana e l’ebrea
hanno al loro interno precise interdizioni rispetto alla libertà
nella rappresentazione artistica. Presso gli Ebrei e nell’Islam
vi è un’interpretazione generale della rappresentazione di
Dio e del creato sotto forma di decorazioni e simboli potentemente
vuoti d’immagini, e non è certo questa una mancanza, anzi,
sotto certi punti di vista soggiace ad una visione estremamente
raffinata. Anche nel cristianesimo c’è qualcosa di simile
vi è un divieto nella rappresentazione di Dio, non possiamo
dire che forma ha, visto che è al di là della forma, possiamo
rappresentarlo con un simbolo, tipo un triangolo, un occhio,
una colomba (nel caso dello Spirito Santo), cioè non siamo
mai andati più in là, non è possibile evidentemente… in compenso,
invece, comprendiamo bene l’immagine del Figlio di Dio. Perché
la comprendiamo? Perché è il Figlio incarnato, Dio è Cristo,
è sceso sulla terra, e quindi è giusto fare delle immagini
che lo rappresentino, è giusto che noi possiamo guardare il
Volto di Cristo e anche il Volto della Vergine Maria, e così
di tutti gli eventi relativi al loro passaggio mondano e ad
esso connesso. Allora ritroviamo nel cristianesimo una grande
quantità di immagini, che arrivano al mondo dell’arte, e sono
state attinte dal Vecchio Testamento. C’è, ad esempio, la
Creazione, il Peccato Originale, il Diluvio ecc. Voi che studiate
arte potete vedere un’innumerevole quantità di opere del ‘600,
del ‘500, piene di queste immagini prese dal Vecchio Testamento,
e quante ancora di più risultano attinte a piene mani dal
Nuovo Testamento, la Natività, l’Ultima Cena, la Crocifissione,
la Resurrezione, la Trasfigurazione… poi ci sono tutti i miracoli
del Cristo e poi gli insegnamenti e poi gli eventi narrati
dagli apostoli ecc. Insomma, il cristianesimo è pieno di temi.
Ho da segnalare ora una cosa: c’è la possibilità di individuare
una doppia modalità nel rapporto tra arte e fede. Da una parte
il rapporto dell’artista mentre sta creando l’opera d’arte;
dall’altra il fruitore dell’opera cioè colui che andrà a guardare
quell’opera, qualcuno che andrà a pregare davanti all’icona,
che ascolterà la musica, che pregherà in una chiesa quindi,
ci sono questi due tipi di rapporti. Il primo rapporto genera
il secondo o lo può anche deviare quindi quanto è importante
il primo rapporto con l’arte; cioè il rapporto dell’artista
che genera, che crea e in che modo crea, non si segnala mai
abbastanza. Portare un’interpretazione personalistica, individualistica,
egoistica del rapporto con le immagini sacre significa portare
questi contenuti effimeri e privi di purezza anche agli altri.
L’opera d’arte è un atto di generosità, è un dono, quando
l’artista genera l’opera d’arte fa un dono di sé, lo fa agli
altri, si tratta dell’”altro” che Cristo ha sempre invitato
ad incontrare a mani aperte. Allora noi artisti siamo presenti
a quest’atto di dono e quando generiamo le immagini le facciamo
attraverso la grande base, di tutta la generazione dell’arte
sacra, che è la fede.
La
fede è il fondamento di qualsiasi edificio spirituale; senza
la fede manca la base, è come una casa senza fondamenta che
non si sostiene, non c’è opera d’arte sacra che si costruisca
senza la fede. Ecco che questa dolcezza dell’anima, perché
la fede è una dolcezza dell’anima, è la commozione che ci
viene dalla tenerezza dell’amore rappresentato per esempio
in una icona della Madonna o davanti ad una statua... Questa
dolcezza che cosa fa? Apre delle porte di comprensione, di
sensazione non soltanto attraverso i nostri occhi, le nostre
orecchie perché non sono soltanto quelle le porte dell’anima
ma anche apre la porta intuitiva più sottile. Allora ecco
che guardo qualcosa di vasto e questa vastità ci piace, a
noi piace lo spazio. Stavo guardando questa sala così grande
e dicevo: “perché l’aula di antropologia non è così grande
e bella?”. A noi, all’anima, piace lo spazio; una chiesa è
uno spazio, una casa, una città sono uno spazio. Allora questo
spazio ci piace, ci piace la vastità e per questo ci piace
contemplare il Padre altrimenti, non si capirebbe l’anima
come mai è attirata lassù. Poi c’è un’altra porta della fede,
non solo una porta di salita ma anche di discesa. Come facciamo
noi a creare qualcosa? Come fa un pittore di icone a dipingere
un’icona se la porta interiore non gli si è aperta e se lo
Spirito non è sceso dentro di lui? Ho presente la cupola della
cattedrale di S. Marco a Venezia: c’è il Cristo al centro
della volta della cupola. La cupola è in un certo senso una
proiezione simbolica della volta del cranio, dove c’è la ‘fontanella’,
la porta verso il cielo, come nella cupola il foro, che in
oriente conoscono con il nome brahmarandra.
Ecco in questo centro, al posto del foro come nel Pantheon
a Roma, c’è il Cristo. Certo il Cristo è una porta verso il
cielo. Intorno al Cristo c’è un arcobaleno di sette colori:
le quattro virtù cardinali e le tre teologali. Sotto, alla
base della cupola, ci sono i dodici Apostoli. Si vede che
dal cerchio di luce, che emana dal Cristo, scendono dei raggi
di luce che colpiscono proprio il centro della testa dei dodici
apostoli. Ecco la discesa dello Spirito Santo attraverso il
Figlio, che è un dono infuso di Spirito Santo. Guardiamo così
alla fede come alla porta per la discesa dello Spirito Santo;
se c’è questa porta allora le nostre opere saranno, in qualche
modo, ornate dell’amore del Padre e quindi saranno opere sacre
e l’opera sacra è diversa dall’opera profana. ‘Profano’ significa
‘fuori dal tempio’; io non metto nel tempio Andy Warhol, faccio
già fatica a guardarlo nei musei! Andy Warhol è un erudito,
è l’arte per l’erudizione, mi serve per conoscere un fenomeno
artistico del ‘900 ma non mi nutre l’anima, non mi fa crescere,
non mi aiuta ad essere uomo, non mi aiuta a camminare, non
mi risolve i problemi, anzi, me li aumenta per quanto possa
rispettare la sua genialità di stile e cose del genere. L’arte
profana non ci serve a crescere, non serve a farci camminare
come uomini dignitosi attraverso il mondo. L’arte sacra, nel
giusto senso, ci dà una spinta interiore e soprattutto trasforma
l’artista in un essere estremamente interessante. C’è, infine,
un’altra figura della fede che vorrei presentare: la fede
che implica la solidarietà fra gli individui, non solo tra
fratelli della stessa religione bensì la solidarietà con tutti
gli esseri, dal primo all’ultimo, dal più grande al più piccolo,
da quello che ci fa sentire bene, all’emarginato che ci allarma
e preoccupa. E’ una fede che ingloba tutti indistintamente.
Nella fede della solidarietà è lì che s’inscrive l’operato
dell’artista consapevole. L’artista collabora con gli altri.
Il lavoro dell’artista è frutto di una collaborazione reale
non è solo un’affermazione personale, non è solo affermazione
di sé stessi, non è mettere la firma da qualche parte e poi
gloriarsi di essere qualcuno. Cerchiamo di sapere, invece,
come siamo mentre stiamo facendo le cose, dobbiamo sentire
dentro, nella coscienza, quello che siamo mentre facciamo
le cose. Quando sentiamo e siamo persuasi nella coscienza,
siamo soddisfatti, siamo felici e questa felicità irrora la
nostra opera. Gli altri quando la vedono sono felici a loro
volta. Volete mangiare nei fast-food? Ma quel cibo è pieno
di parolacce, di bestemmie per questo non voglio mangiare
l’hot dog imbottito di bestemmie e di stress. Non è meglio
mangiare il cibo della mamma o di un cuoco che lo prepara
con dolcezza? Non ha forse un sapore diverso? Allora ecco:
allo stesso modo di come ci alimenta un cibo fatto con amore,
ci può alimentare un cibo fatto per l’anima e innanzitutto
il primo cibo che è importante assimilare sono le parole dei
Vangeli, la storia sacra, la vita sacra. Un altro cibo, altrettanto
nutriente, è il nostro modo di far vivere queste cose nella
nostra vita. Nel caso dell’artista è il modo in cui concepisce
e genera l’opera d’arte che circola, esce dal proprio studio
e diventa qualcosa per gli altri, diventa (adesso non posso
spiegare una parola complessa come il termine sanscrito rasasvadana)
una suggestione esterna e tuttavia così profonda, che è in
grado di colpirci intimamente fino a fornirci un orientamento
per l’esistenza. Allora mi sento di fare un invito agli artisti
ed è quello di cominciare a lavorare su sé stessi, di cominciare
a lavorare innanzitutto partendo dalla propria fede. Poi cercare
di vedere in che modo lavorano alle loro opere, che non sono,
ribadisco, solo delle tecniche, ma modalità di tenerezza,
cioè cercare di pensare non all’opera come frutto di una visione
individualista dell’esistenza, ma di pensare all’opera d’arte
che possa essere un’opera di solidarietà verso il mondo.
Testo
della conferenza di E. Terzano sul tema
“Arte e Fede” tenuta il 17 Maggio 2000 presso il Salone
del Tribunale della Dogana di Foggia. Trascrizione dall’originale
magnetico e digitazione del testo su file di Michela Ciavarella.