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L’integrazione delle diverse culture in una società globalizzata

 Mi sono chiesto, in diverse occasioni, quando il modo di vedere materialista della realtà, sia che si manifesti nell'occidente capitalista che nei frammenti dell'oriente comunista, abbia espresso in una forma alquanto particolare i suoi sensi di colpa nei confronti delle culture 'scomparse', in varie parti del pianeta, proprio ad opera di quel modo di vedere la vita e la realtà. La 'scomparsa' delle culture 'dolci', extratecnologiche, succeduta ad atti più o meno violenti, suggerisce in seno alle culture materialiste, un senso di colpa che da luogo al desiderio di una qualche remota celebrazione, un qualche 'pagamento', come un tributo alla realtà, culturale e umana, ormai lacerata e dispersa dai propri interventi. Così nasce l'idea di museificare le culture scomparse, dotarle in cambio della loro esistenza in vita, di uno spazio ben curato all'interno di una struttura che li immortala per tutto il tempo a venire ed è in grado di presentarle in modo comprensibile e accessibile a tutti, senza pericoli di contaminazione. Come può l'uomo materialista ripagare l'errore fondamentale di aver considerato il proprio modo di vedere la realtà e la vita come il più evoluto e quindi il migliore? Tale appunto da avere il diritto di poter soppiantare altri modi di vedere? Una risposta a questo fare potrebbe essere proprio quella di rinnegare la propensione a considerare altri popoli e altri modi di vedere in dipendenza del proprio modo di vedere. Accettare la 'diversità' e coltivarla dentro di sé vanifica ogni manipolazione opportunista. Proprio quella 'diversità', una volta conosciuta, può diventare la nostra e non si è in realtà mai separata dalla nostra potenzialità di essere uomini, nei modi infiniti in cui si può essere uomo. Così divento un indiano, e poi un albanese e poi ancora un mussulmano e contemporaneamente ebreo, cristiano e buddhista e provo ad accogliere in me tutte le molteplici manifestazioni di pensiero, di azione che li distinguono, e non rischio affatto di perdere, quel punto di fede che mi sostiene, anzi lo rendo adatto ad accogliere l'altro in piena serenità e a condividere percorsi di scambio e di rispetto reciproco. Così accolgo in me, e li faccio vivere giorno per giorno, gli Insegnamenti Spirituali di un altro popolo che rischia l'estinzione e vorrei portare ora l'esempio di quello tibetano. Dall'occupazione da parte della Cina del Tibet iniziata nel 1950 e culminata con la fuga di Sua Santità il Dalai Lama in India nel 1959, accanto al genocidio fisico di centinaia di migliaia di tibetani si è compiuta con la Rivoluzione Culturale la distruzione del mondo interiore, del modo di vedere fatto di opere, che per migliaia di anni aveva tessuto, su quegli ineffabili altipliani pieni di luoghi sacri, nelle varie forme dell'arte ingenti capolavori di bellezza e verità. L'Occidente è rimasto silenzioso spettatore di questo genocidio e a tutt'oggi, non ha preso rimedio essendo la Cina un mercato vasto e uno stato corteggiato dalla politica estera dei paesi occidentali: in sintesi un alleato nel modo di vedere la realtà come terreno esclusivo dell'azione materialista. Le miniere del Tibet sono piene di scorie radioattive della Germania, mentre i musei d'Occidente si riempiono dalla fine degli anni '50 di testimonianze artistiche e letterarie fuggite con i profughi. Il Tibet ora ha un posto più ampio nei nostri musei e meno ampio nella realtà della vita. Tucci nei resoconti delle sue missioni archeologiche esplorative, aveva segnalato, e con molto anticipo rispetto alla Rivoluzione Culturale, quanto il Tibet fosse in pericolo di dissolversi sotto il peso dello sguardo opprimente e piatto che filtrava dal mondo materialista. Per rimedio molti occidentali hanno cercato di porre nella loro mente, in maniera spontanea e attiva, il modo di vedere spirituale patrimonio del popolo tibetano. Molti giovani e meno giovani, praticano con devozione i preziosi Insegnamenti che conducono alla conoscenza della natura della realtà e del mondo illusorio che ci circonda. Come è potuto accadere l'insorgere di questa devozione in un Occidentale? Come mai gli Insegnamenti Buddhisti, in particolare quelli segreti del Vajrayana, sono approdati in Europa e in Oceania e in altre parti dell'Asia e d'America? La diaspora assomiglia alla stella che esplode e si frammenta nelle direzioni del cosmo: così la Cina ha consentito, suo malgrado, che gli Insegnamenti Spirituali del Buddhismo Mahayana e Vajrayana si diffondessero nel pianeta, inseguendo i Maestri, torturandoli, eliminandoli fisicamente, o facendoli, senza saper come, fuggire e riparare altrove. Così nella Comunità Dzog-Chen di Merigar ad Arcidosso si possono apprendere, in seminari pacifici e gioiosi, tenuti da Maestri scampati all'eccidio, il modo di vedere, ineffabile, di una tradizione senza confini di tempo e ora non più attiva nello spazio inaccessibile del Tibet. Il male scaccia il bene e lo fa diffondere, così che ritorni a vivere altrove più forte e determinato. La Cina compie qualcosa che non era stato previsto nei piani, che sfugge alla programmazione delle menti materialiste, poiché è impossibile cancellare gli Insegnamenti Spirituali, cioè qualcosa che non è mai dipeso da spazio e tempo, da circostanze e condizioni e che dimora come aspirazione naturale alla ricostituzione, o come si dice nell'Oriente Buddhista, al desiderio d'uscita dal samsara, al conseguimento della libertà assoluta al di là di qualsiasi limite materiale, nella mente illuminata. Quando l’Insegnamento della liberazione consapevole s'innesta in un paese e penetra il seme di una razza, determina la nascita di una cultura equilibrata. Ora distruggendo questa cultura che cosa si pensa di ottenere, qual'è il vantaggio, si disintegra nella propria visione egemonica la diversità dell’altro popolo, si acquisisce qualche pezzo di territorio roccioso, qualche miniera dove scaricare i propri segreti che non si possono confessare, oppure c’è l’opportunità di aprire un nuovo museo con il quale dichiarare la propria sensibilità antropologica. Riflettiamo e consideriamo se questi possono essere motivi sufficienti per l’estinzione di un popolo e di una cultura… La nostra azione vada dunque alla tutela del vivente e del modo di vedere del vivente. E se è in discussione la tutela della vita del popolo tibetano, in questo caso, lo sia anche degli altri popoli che in questo momento, per l'ottusa concezione materialista della realtà, sia nel Nord che nel Sud del mondo, rischiano l'estinzione della loro identità.

 Enzo Terzano (Luogo: Convegno Le Tribù della Terra organizzato in onore di Padre Ernesto Balducci nel V° anniversario della sua scomparsa. Il Convegno sulla cultura della pace e sul rispetto dei valori dell'identità culturale dei popoli che abitano la terra, si è tenuto dal 25 al 27 Aprile 1997, nella Badia Fiesolana a Fiesole e a Palazzo Vecchio a Firenze)