< CATTEDRE e CORSI > < TESI e DISPENSE > < LEZIONI ON LINE > < TESTI INEDITI > < CONFERENZE >


Novità costanti in arte e curiose banalità critiche

…Pianura della Verità…

…fiume del desiderio…

…onda di passione…

…ansa dolce…”

 Frammenti dal Fedro di Platone

 Una fitta abitudine percettiva fatta di novità costanti, di trovate, curiosità, banalità e leccornie finisce per offuscare i sensi di colui che percepisce e lo rende progressivamente passivo e incapace di reattività. Ciò può accadere fino al punto da far perdere alla persona la capacità di distinguere il gustoso dal disgustoso, sia sul piano dell’arte ma anche nel caso di altri sensi, come il gusto ad esempio, dove le novità alimentari incessanti sono possibili solo nell’epoca dei trash food dell’industria alimentare spacciati per cibi sani. La persona non distingue nemmeno più fra raffinato e volgare, sia nel gusto estetico ma anche nelle abitudini della vita quotidiana; non distingue, il senso dal non-senso, non solo quando è il caso di fare i conti con l’americanismo sbarcato nel mediterraneo, ma anche quando si cerca disperatamente di coprire vuoti d’idee, le nuove incessanti tendenze, edificate su falle progettuali in forma di etichette che malcelano insipienza. Infine non si distingue il bello dal brutto, non si sente più la necessità di un’opposizione fruttuosa, che solo pochi sembrano poter riconoscere autonomamente, essendo, la massa, abituata a deglutire scelte compiute altrove. La stessa capacità di fare distinzione fra se stessi e le cose che si consumano si è evidentemente persa, sotto i colpi di ‘diposizioni umorali’ quali l’avidità e il protagonismo a tutti i costi, compresi quelli interiori. Così si tenta, in arte, di proporre senza sosta il nuovo per riempire cervelli ansiosi: “…per ribadire che non c’è nulla di nuovo da apprendere…” (E. Zolla, Volgarità e dolore, Milano, Bompiani, 1966). In arte si accavallano le tendenze, il critico diviene artefice delle poetiche, in luogo di un moderato compito di sapiente intenditore. Il critico, in questo caso, s’arroga il diritto di produrre arte, imponendo le sue idee estetiche agli artisti e commercializzando poi le opere. Si cambia di continuo in modo tale che: “…l’alternanza di simboli sempre diversi (…) serva ad impedire che mai un simbolo venga vissuto in pienezza meridiana…” (Ibidem). Ci sfugge così una ‘regola’ che dirige fin dentro di noi questo apparente avvicendarsi di novità: il critico è schiavo della sua ansia del nuovo; un nuovo gli viene richiesto dal mercato che lo nutre; un nuovo è necessario ad alimentare il suo ego gonfiato. Sul mercato, ai limiti dell’ego, il nuovo è necessario per sostenere il consumo veloce. Il ricambio continuo della merce è utile a confondere le menti: si evita di lasciare un segno stabile perché questo segno farebbe sorgere interrogativi sulla propria esistenza, essendo perno intorno al quale riflettere nel tempo, perno sempre uguale per sensazioni rinnovate. L’arte è di moda perché il plusvalore si ricava dallo sfruttamento del tempo libero più che dal lavoro salariato (N. Mailer cit. in Ibidem); perché su una tela l’ipocrisia si può esercitare facilmente, visti i modi attuali di fare arte che si può ridurre nello slogan: niente tecnica e niente amore. La fretta del nuovo malcela in realtà, la necessità di far posto a varianti di un medesimo prodotto costruito su un'unica monostruttura, che nel caso della società contemporanea, è il modello foto-cinematico di comunicazione (K. Cohen, Cinema e Narrativa. Le dinamiche di scambio, Torino, Eri-Rai, 1982, passim.). Questo modello di comunicazione diventa invasivo dall’Impressionismo pittorico e in seguito ha contagiato in particolare la corrente artistica d’avanguardia malata di ‘tecnopatia’, vale a dire il Futurismo italiano. I Futuristi non erano poi così tanto diversi dagli Impressionisti, che pure disprezzavano, anzi si potrebbe dire che erano molto simili, al livello degli aspetti più sottili dell’arte, quello estetico, sulla visione e la funzione dell’arte e persino sulla visione del mondo vi erano molte affinità. Questa disposizione, incline ad artificializzare l’uomo, tende sempre a camuffarsi di nuovo traendo in inganno a causa dei vivaci ‘effetti’ coloristici e formali, lasciando poi naufragare il senso, l’emozione e la suggestione nei baratri di una memoria umana non al passo con una meccanica e poi ‘tecnettronica’ (F. Alinovi). Tornando alla giovane critica della contemporaneità per garantisrsi continuità, prende a modelli i critici d’acciaio freddi, imperativi e futurfascisti (fra i quali Barilli e Bonito Oliva), imbastisce teorie, programma tele da dipingere, inventa a tavolino mode da far ‘emergere’: trama per far morire il senso delle cose, come dell’arte. L’estetica dominante, non lontana dalle formule di Gentile, tenta, pericolosamente, di allontanare dall’opera d’arte due fondamentali livelli emozionali:

1. La produzione di un senso comprensibile e assimilabile, in opposizione ad una gelida ‘pura forma’;

2. la capacità dell’opera di irraggiare suggestione al di là di qualsiasi codificabilità estetica, storica, poetica e formale, in opposizione alla corrente sparizione della suggestione estetica dalle arti.

La critica del ventesimo secolo frustrata dalla millenaria potenza dell’arte ha deciso di piegarla alla sua comprensibilità: di disegnarla incapace di dipingere. Gli artisti che dominano sulla scena attuale sono quelli utili alla volontà di sopravvivenza della critica della coercizione poetica. Le loro tele sono vuote agli occhi sensibili e sono piene delle menti sature di facili formulette e accademismi semiopensanti: la citazione; i ricorsi; i neo; i post… Il post è il magro frutto del rapido avvicendarsi delle tendenze; il neo è una falsificazione del passato; il ricorso a teorie deboli è utile solo ad un’arte debole; il citazionismo è il rifugio dei senza idee, barocchi nell’intimo e falsi di fuori. L’illusione del nuovo ci lascia instabili ed ansiosi ad aspettare un qualsiasi altro. Dove si stende, poi, l’alito funereo della semiotica, volteggia, arida, la logica: “…i comportamenti oggettivi, disinfettati di pensiero…” s’impongono (E. Zolla, cit.). Al piacere subentrano le manie, ai fiori e al verde un deserto di problemi, all’armonia vibrazioni ideologiche: l’arte muore sotto i colpi delle classificazioni, delle categorie, dei sistemi, dei numeri, dei valori economici, dell’intelligenza della sola mente: il corpo e le sensazioni vengono tutte rimosse. Questo piccolo intervento lo dedico: all’arte, come auspicio al ritorno della sua autonomia, e al critico che la preservi e la custodisca.

 “…non cercare il bene che ti consoli, ma contempla il male che ti dispera ed esploralo fino agli estremi confini.”

Elémire Zolla, cit.

 Enzo Terzano