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Critica
d'arte :
Non gli viene da te, ahimé, né da sua madre quello spasmo dattesa, chè nellarco delle sue sopracciglia. Non al contatto di te che lhai nel cuore, fanciulla, non al contatto di te sè inflesso il suo labbro a espressione più feconda. Credi davvero che labbia scosso così il tuo apparire leggero, tu, che vai come la brezza del mattino? Certo gli turbasti il cuore, ma turbe più antiche si scaricarono su di lui allurto di quel tocco. R. M. Rilke, Elegie Duinesi, III 14-21.
Premessa Ci sono dei luoghi dove è molto piacevole affondare gli occhi fino a stordirsi e larte offre il campo di visione ad occhi affamati di buon gusto. Ciò genera un bisogno che alimentiamo a tratti, in certi momenti, quando il resto non basta. Purtroppo ogni volta che sorge alla coscienza di alcuni individui particolarmente avidi, che un bisogno circola ed esiste (comè il bisogno di arte), subito nasce la tentazione di sfruttarlo in qualche modo. Ciò accade anche quando si tratta di cose legate alla sfera irrazionale (al mondo parallelo del quotidiano correre), o meglio a quella soglia fra razionale e irrazionale, presente e assente, fra luce ed ombra, sentito ed espresso, che è larte. Lo sfruttamento dellarte genera curiosi disturbi negli individui e si possono manifestare vere e proprie patologie estetiche. In proposito, diciamo per brevità, che la patologia estetica sintravede nel brutto che avanza nelle opere darte con tutto il suo carico depressivo. Il brutto non cessa mai di rigenerare se stesso perché non è mai soddisfatto, proprio perché pretende e desidera eccessivamente. Ecco che il brutto conquista posizioni sul bello che invece ha per qualità la delicatezza della quiete e dellarmonia. Raggiante, forte, il bello è consapevole del brutto e dei suoi limiti, ma di fronte alla sua interferenza si nasconde, si sottrae e si lascia coprire. Il brutto è greve e ciò gli impedisce di distinguere e apprezzare il bello. Infatti in attesa che gli occhi lo reclamino: il bello arriva solo se chiamato, solo se preparato si manifesta. Quando il brutto domina, le opere darte appiattiscono, non parlano più, sono senza senso; annoiano, angustiano, ossessionano per come sono cupe; assillano nellincessante ripetizione; incubano sogni paralizzanti. Quando si è oppressi da questo stadio estetico non si è mai soddisfatti, non si ha più il piacere dellopera darte, non ci sono letture da compiere dellopera, significati interiori da cercare, poiché le opere sono sempre più prive di senso, e la ricerca fine a stessa delleffetto per leffetto assorbe tutta la valenza creatrice dellartista. In quei lavori il senso è scomparso. In quelle opere nulla è stato trasferito dallautore che voglia essere comunicato. Spesso questa non voglia è unincapacità dellartista, il quale per non interrogarsi sul suo fallimento estetico, evita di riconoscere lesiguità del proprio contributo. In genere i luoghi del commercio dellarte raramente coincidono con i luoghi del bisogno di arte. Non tutto naturalmente è così buio e vuoto. Ci sono gradazioni di senso in ogni cosa, si possono trovare quadri da leggere come si trovano pittori che hanno molte cose da dire. Questi riescono a far passare attraverso la tela, allesterno, come in uno specchio, unimmagine del sé, quando sono molto bravi, o più modestamente e con dignità, dellIo. Le tele e gli oggetti esposti in queste sale appartengono al lavoro di Gabriele Cavicchioli: mi è sembrato necessario esprimere i pensieri appena detti per rispettarlo, cominciando, semplicemente, a distinguere. Non cercherò di catturare farfalle con le parole, né di esprimere linesprimibile anche perché nei quadri di Gabriele, qualcosa appare che non ha a che vedere con lineffabile, dunque se ne può anche parlare. E certo che nel suo lavoro ci sono più cose di quante ne possa tradurre, e nemmeno ci tento, basta guardare quadri, ed eccoli pronti ad ampliare le semplici indicazioni che in uno scritto si possono rintracciare.
Lopera Nel lavoro di Gabriele non si possono distinguere dei periodi, dei momenti dintesa con ununica soluzione formale e tematica, ma delle fasi che si alternano composte di molteplici soluzioni formali e tematiche, tutte contemporanee. Non cè un percorso, una via stilistica che arrivi a completa maturazione e poi con una frattura, un salto, un rapido cambiamento esprima un nuovo volto e una nuova direzione. Le fasi sono contigue, il lavoro è parallelo, il prima e il dopo non hanno senso se non come, in uno stesso momento, prima e dopo. Una fase trascina laltra, una fase supera laltra sul suo stesso piano, quando una, appare fiacca e svuotata, eccola ritornare rinvigorita di un nuovo senso, già sottilmente, in qualche luogo, espressa. In altri termini, la fase è una, e le sue manifestazioni sono multiple. Questo vuol dire che si è in grado di rintracciare uno stile, un modo di esprimersi che è riconoscibile. Di fronte ad unindividualità si può gioire della molteplicità di questo uno, che è in grado di essere simile a se stesso essendo sempre diverso. Faccio degli esempi: Nudo di donna (1986) e la serie dei ritratti, sono stati dipinti utilizzando un corpuscolo pittorico e quindi narrativo molto ampio (da uno a più centimetri) che montato e affiancato ad una serie analoga di corpuscoli, ma di forme e di colore differente, realizza il quadro. Limmagine, concettualmente, è il risultato: A. Di un montaggio di segmenti pittorico-narrativi distanziati a bassa definizione (come in unimmagine elettronica); B. Da un impianto fotografico apprende invece il taglio (primi piani e grandangolari). Infatti le esperienze, il lavoro sul computer e sulla fotografia, fanno parte del piano sperimentale di Cavicchioli. Questi lavori sono freddi, direbbe Renato Barilli, il quale probabilmente contesterebbe luso di olii e della tela, di sostanze e materie calde, che di fatto pongono questa pittura videofotomatica su una soglia contraddittoria. La contraddizione è prontamente raccolta e sviluppata nella serie dei paesaggi. In Case in Toscana (1985) i corpuscoli pittorico-narrativi si fanno più piccoli, sono quasi dei punti ma anche degli à plat con una co-presenza di tecniche storicamente ben divise. La loro funzione equivale a quella descritta in Nudo di donna, ma non è la medesima essendo emerso, nei paesaggi, il fondo a protagonista. E da lì che ora si parte, non dal montaggio di corpuscoli, ma di un nero e di un bianco, e limmagine affiora e si stabilisce in una densità visibile e appare. La soglia della rappresentabilità è giocata fra i limiti della saturazione e dellinconsistenza (come è visibile su un programma di grafica computerizzata). Anche il taglio, o un tele o un grandangolo, è ancora fotografico con laggiunta in Case espressioniste (1986) di una lente deformante. Allimmagine fredda ora corrisponde luso dellacrilico, un residuo di tempera conferma le fasi ormai isolate. Le due fasi (sempre nellottica prima espressa) rappresentano: la prima fase (il nudo e la serie dei ritratti), una frantumazione grossolana e corposa dei segni che arriva al limite della leggibilità con la disparizione apparente di una forma (si veda Volto e corpo rosso e . (1986), dove i volti sono difficilmente rintracciabili ad uno sguardo superficiale). Nella seconda fase, nei paesaggi, il corpuscolo narrativo diventa polifunzionale fino a sparire nellà plat. Entrambe le fasi appaiono dipendere da un modello videofotomatico di rappresentazione. Vi è una terza fase dove i corpuscoli si assottigliano in linee, in incisioni ondulate, a volte dolci, altre volte aggressive. Questi segni, essendo filiformi, tornano ad amare la curva anche quando sono incisi in quadrati, triangoli e cilindri. Si accomodano vigorose in spirali e sfere. In Spirale del silenzio (1986) il volume affiora nel disegno e si insedia con la realizzazione di oggetti tridimensionali. Già il volume sconfessa il modello videofotomatico, non cè più taglio, non cè più frantumazione, à plat, segmenti, colori sintetici. Si usano ora acquerelli e tempere, materie da lavorare con le mani, come il gesso. Cè una rinascita del gesto pittorico libero dalla dimensionalità obbligata del modello videofotomatico. Ma ciò avviene durante luso di questo modello, non è un superamento, è una manifestazione che coglie Cavicchioli quando taglia e appiattisce, spezza e separa, e così riunifica e curva proprio per una Necessità (per brevità diciamola naturale), come fredda e cerebrale adesione al momentaneo. Enzo Terzano
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