< CATTEDRE e CORSI > < TESI e DISPENSE > < LEZIONI ON LINE  > < TESTI INEDITI > < CONFERENZE >


Lezione on line n. 1 - Arte sacra e arte profana

 Arte dell’erudizione e arte della saggezza

Cosa vuol dire arte dell’erudizione e cosa vuol dire un’arte invece legata alla saggezza? L’arte che diventa fondamentalmente una nozione, quando ciò che in realtà c’interessa delle opere trova una risposta per esempio alle domande: in che anno è stata fatta l’opera? Di che stile è? Di che dimensioni è? Dove è collocata? A che corrente appartiene? Qual è la tecnica? Quali sono i precedenti iconografici? Quanto vale?. Queste sono informazioni che riguardano un modo di essere che è quello dell’erudito che accumula informazioni e ha una nozione dell’arte in termini sia concettuali che del suo valore materiale e storico. Quando dico erudizione mi riferisco ad un accumulo di nozioni, di concetti, di valori relativi…

La saggezza, invece, è un termine che non ci fa subito pensare ad un uomo pieno di informazioni. L’uomo saggio può sapere anche una sola cosa, però la sa così intimamente, così profondamente che da quest’unica cosa è in grado di scaturire l’intero universo. La saggezza implica un discorso molto diverso dall’erudizione, è un qualcosa che ha attinenza con un altro, più profondo, livello di presenza, di stato dell’essere, di condizione interiore. Per esempio in un’opera d’arte di Canova, in quanto ad “erudizione”, direi che ne troviamo molta, ma di arte in quanto a “saggezza” direi che c’è molto poco, non è che basta raccordarsi al mito greco e così il gioco culturale è fatto… In Canova è visibile un’estremizzazione della tecnica e se uno guarda attentamente tutta quella indicibile bravura comprende che in realtà è un urlo di tristezza di un’artista dotato ma isolato dal cosmo del mito. Questa tecnica viene purtroppo unita ad un nozionismo artistico che riprende i miti greci in un’epoca in cui questi miti non hanno alcun fondamento nella vita quotidiana della gente, e se l’hanno un valore direi che è solo in termini blandamente culturali e non in termini di pratica esistenziale o spirituale. Vi ho fatto questo esempio per farvi comprendere che cos’è un’arte adatta all’erudizione, la cui bellezza è una bellezza priva di verità e quindi è una bellezza direi falsa: è come lo zucchero, glucosio al 100%, che non è buono quanto una buona mela matura. Quando uno assaggia la mela e ci riflette bene si rende conto che è un altro tipo di dolce, integro, collocato, che ha una personalità, delle qualità, ha anche una sua bellezza. Lo zucchero invece è stucchevole… Lo stesso discorso vale per il sale, cloruro di sodio al 100%, che ha un sapore diverso dal sale che troviamo nella natura all’interno delle cose che mangiamo e anche dal sapore stesso del sale integrale…

Un esempio d’arte legata alla saggezza e che non ha a che vedere con l’erudizione è l’icona. In un’icona sacra (per esempio La Madonna dei sette veli, qui nella cattedrale di Foggia) non è importante giudicare il lato artistico in termini di tecnica e stile con le stessa maniacale fissazione che ci coglie a proposito delle opere che sono, diciamo, arte pura. L’arte pura è propria delle opere che non avendo altro che l’arte in quanto tecnica, stile, forma, movimento, spazio e poco più, non possono sussistere al di fuori di questo mondo ristretto dell’apparenza, poiché la loro essenza è in genere molto carente fino a non essercene del tutto. C’è da notare però che l’espressione ‘arte pura’, registra negli ultimi due secoli una connotazione che assomiglia a ciò che brevemente gli si è attribuito, tuttavia in altre culture, l’’arte pura’, aveva, probabilmente, altre connotazioni collegate alla purezza dello stato dell’artista nel momento della creazione dell’opera e alla fondatezza delle sue conoscenze simboliche. Nel caso dell’icona sacra non è importante avere un pregio artistico di chissà quale levatura, che l’abbia dipinta tale artista noto o meno noto, e non è nemmeno così importante che i critici e gli storici dell’arte la ritengano più o meno raffinata al pari di altre opere… Un’icona è un’opera che si riferisce ad un altro livello di funzione dell’arte, e la possiamo considerare diversa dalle opere, che possiamo definire senza offendere nessuno, ordinarie, come le opere di Canova per intenderci, anche se nel suo caso si può parlare di un ordinario portato ad alto livello, ma tuttavia sono opere attive sempre nella medesima sfera d’azione. Un livello dicevo, quello dell’icona, che riguarda più la saggezza che l’erudizione. A noi importa poco della dimensione di un’icona, dell’epoca in cui è stata fatta, dello stile che ha ecc. Certo queste sono delle informazioni importanti, ci aiutano a comprendere qualcosa dell’opera d’arte, ma nel vero senso, rispetto all’intima funzione dell’arte nei confronti dell’individuo, si tratta di informazioni del tutto relative. Bisogna piuttosto vedere invece che senso ha un’icona in relazione alla nostra vita, a quello che noi siamo, alla nostra sensibilità, al nostro stato interiore. Per spiegarvi tutte queste distinzioni, quelle che vi ho proposto innanzi: tra arte nozionistica superficiale (e quindi dell’erudizione) e arte dell’intuizione più profonda che riguarda lo stato dell’essere (e quindi della saggezza, cioè l’arte sacra), è necessario comprendere che sono due modi di fare arte totalmente diversi, nei confronti dei quali l’individuo ha un rapporto differente, sia esteriormente sul piano sociale, sia interiormente nel mondo individuale. Facciamo un esempio legato al territorio. Chiediamoci qual è il rapporto che l’intera società di Foggia ha nei confronti dell’icona della Madonna dei Sette Veli? E qual è il rapporto che la società di Foggia ha con una qualsiasi delle sculture moderne e contemporanee, che ornano una delle sue belle piazze? Possiamo subito vedere, senza sforzarci troppo, che si tratta di un rapporto totalmente diverso: nel caso dell’icona c’è sotto tutta una tradizione, una situazione, ci sono delle aspettative sociali e interiori. Dietro l’icona della Madonna, o meglio nell’icona, ci vengono riversate tutta una serie di situazioni sociali e individuali che coinvolgono ciclicamente l’intera società. Mentre vediamo cosa accade nel caso di una scultura di una piazza, magari che ricorda un’eroe locale e le sue situazioni esistenziali private. Scopriamo subito che certo è piacevole guardare quella scultura quando si passa, uno la osserva, due o tre volte, poi magari non ci fa neanche più tanto caso. Quell’osservazione si ferma lì punto è basta, ci facciamo un po’ di nozionismo sopra (di che epoca è, chi è l’autore ecc.) ma poi tutto finisce là. Invece con l’icona della Madonna dei sette veli c’è una storia collettiva, c’è una storia personale, c’è qualcosa che ci riguarda molto più intimamente e ciò fa una grande differenza. Su questa differenza, si badi, noi andiamo ad innescare una comprensione profonda… Essendo voi degli artisti, questa problematica vi riguarda in maniera veramente personale. Comprendere queste distinzioni sull’arte sacra e l’arte profana mi pare sia un fondamento per avere la giusta percezione nei confronti delle diverse opere d’arte che incontrerete nella vostra vita…

 Arte sacra e arte profana una prima distinzione.

Passiamo al secondo capitolo (a pag. 25 del mio libro Materialismo artistico e arte spirituale, Cfr. nel sito PUBBLICAZIONI/LIBRI). Siamo al capitolo “Forma ideale e figura concreta” e qui cercheremo di comprendere le differenze fra l’arte sacra e l’arte profana, vedremo cos’è l’arte sacra e in che cosa si distingue sensibilmente dall’arte profana, pur trattandosi di due mondi continui. Leggo e commento: “Esistono diverse attitudini che l’uomo nutre spontaneamente rispetto all’arte, come dire un diverso modo di goderne, di comprenderla, di pensarla, di crearla, di spiegarla e di assimilarla”.Abbiamo diverse attitudini nei confronti dell’arte, e quando parlo di attitudini parlo di potenzialità del nostro modo di sentire e poi anche di esprimerci: in che modo godiamo dell’arte? Perché l’arte è un godimento? Provate ad andare sotto le tre piramidi: di Cheope, Chefren e Micerino, e potrete notare che la bellezza di queste costruzioni v’invade senza scampo, vi devasta in senso positivo. Potete subito notare quindi che provate un godimento in questa percezione che da luogo ad una sensazione inequivocabilmente forte e coinvolgente. Poi c’è un modo di comprendere le piramidi con la ragione e così iniziamo a farci delle domande: che cos’è questa struttura? Perché è fatta in questo modo? Perché la base è quadrata? Cosa c’è dentro? Perché è stata costruita? Quando è stata costruita? Quanto pesa? Quante pietre la formano? Con che tecnica è stata costruita? Quanto tempo è durata la costruzione? Quante persone ci hanno lavorato? ecc. Abbiamo visto che c’è un modo di sentire e comprendere la piramide con il corpo, l’intuizione e probabilmente altro… e poi anche di pensarla, cioè porsi delle domande sul come e perché questa struttura è stata immaginata dagli antichi egiziani ecc. Affianco ad un modo, diciamolo pure esteriore, di comprendere l’opera d’arte, c’è un modo di immaginarla dentro, cioè di rinnovare i motivi per cui è stata fatta, di ricrearla adesso dentro di noi. Immaginiamo come mai è stata pensata e perché; su quale motivazione; a che cosa serviva sia esternamente che in maniera più segreta, e poi spiegare il motivo per cui è stata fatta in quel modo, e quindi assimilare questo motivo dentro se stessi… e ‘assimilare’ vuol dire ‘rendere uguale a noi’. Quando assimiliamo del cibo lo stiamo trasformando in noi stessi ma anche ci stiamo approssimando alla natura di ciò che mangiamo; quando mangiamo il pollo diventiamo un po’ pollo e il pollo diventa noi.

Assimiliamo molte cose: adesso state assimilando attraverso gli occhi, attraverso le orecchie, state assimilando attraverso il vostro stato della coscienza e attraverso la funzione della mente. Quindi questi sono i tipi di assimilazione che voi avete nei miei confronti. Se poi vi avvicinate a me, al mio corpo, sentirete il profumo di rose che ho messo oggi, come se fossi un arabo, perché i maschi arabi in Iran usano il profumo di rose mentre in occidente lo usano le donne… in questo caso assimilate anche attraverso l’odore, e se poi riuscite a toccarmi, a stringermi la mano, allora c’è un’assimilazione reciproca anche attraverso il senso del tatto. Ovviamente anch’io assimilo voi, in che modo? Soprattutto attraverso gli occhi, ma anche gli odori, le voci, ecc. quindi c’è un modo di assimilarci reciprocamente. C’è un modo di assimilare l’arte come nozionismo. Questo è un modo di assimilare l’arte in maniera superficiale che porta a non apprendere nulla della funzione profonda dell’arte. Il problema di conoscere l’arte e di assimilare l’arte è un problema sostanzialmente diverso dall’accumulare nozioni sull’arte. Per accettare il punto di vista che sto esponendo bisogna avere una diversa considerazione del ruolo dell’arte nella vita individuale e nella società. In questo caso è necessario attribuire all’arte un ruolo più importante di quello che normalmente le attribuiamo. L’arte è uno dei più potenti strumenti di comunicazione che l’uomo ha adottato sin dagli albori del suo arrivo su questo pianeta per trasmettere qualcosa, non d’irrilevante ed effimero, ma di imponente. La comunicazione artistica avviene sia sul piano orizzontale, da uomo a uomo, sia sul piano verticale fra cielo e terra, archetipi e tipi umani. Facciamo un disegno: 

A destra vediamo un omino che cerca di comunicare con l’altro omino a sinistra, e questo è il piano orizzontale della comunicazione. C’è poi anche il cielo, l’alto, che comunica con la terra, in basso. Non mi dite che non avete mai visto piovere, sarà per una comunicazione dall’alto verso il basso non credete? Oppure un fulmine l’avete mai visto? Sarà una comunicazione dall’alto verso il basso, e poi magari quando vedete il cielo, la luce che arriva, sarà anche questa una comunicazione dall’alto verso il basso. Questi sono degli esempi per limitarci semplicemente a ciò che i nostri occhi possono percepire. Ci sono poi anche altre cose che possono accadere su questo livello di comunicazione, che vanno nelle quattro direzioni cardinali o che scendono quindi, o possono salire, e quindi immaginiamo queste due direzioni così, che sono le direzioni cardinali e poi ecco le due direzioni corrispondenti allo Zenith e al Nadir. Questa è la vera croce: è una croce strana, è una croce che poi siamo noi, sostanzialmente Leonardo ci ha disegnati così non per scherzo… ci ha disegnato e noi siamo sostanzialmente questo, non a caso... La croce ha in sé un simbolismo veramente complesso, mi riprometto, forse il prossimo corso di dedicarlo a questo prezioso argomento… ma non perché sono fissato con il Cristianesimo, anzi, qualcuno potrebbe dire che sono fissato col Buddhismo visto che è il secondo anno che faccio il corso sul Buddhismo. M’interessa, invece, semplicemente, il punto di vista della conoscenza. Sul simbolismo della croce ci si può stare un anno intero, perché è un simbolo di una bellezza e una complessità incredibile, e studiarlo veramente bene è molto interessante. Abbiamo quindi capito la molteplicità del modo di assimilare, fino all’assimilazione dell’arte. Assimilazione significa portare l’arte dentro di se, farla diventare parte di se stessi e quindi è un evento molto particolare, molto intimo, è un modo di portare l’arte da fuori a dentro, da fissata su una parete a qualcosa che ti appartiene, che è parte di te. “Questi modi sono molto lontani dal costume in uso” e qui arriva la prima batosta. Questo libro di Coomaraswamy è pieno di batoste per critici, storici dell’arte, per tutta questa gente, con tutte le loro concezioni provvisorie e parziali… adesso comunque vedremo col tempo. Provo a studiare le cose nel loro aspetto per quanto possibile nudo e il mio rapporto con le opere d’arte tende a guardarle come atti e gesti che recano in dono qualcosa, se alcuni autori non hanno niente da dare se non vendere un po’ di fumo, non c’è niente dentro le loro opere che io possa comprendere, sentire, godere, che possa aiutarmi a vivere ecc. allora quelle opere sono inutili alla conoscenza interiore, magari sono esteriormente pregevoli, in questo caso le useremo per ciò che valgono, senza aspettarci null’altro.Quindi coltivo lo sguardo nudo e crudo, non m’importa del nozionismo, del fumo che confonde la mia mente e rende arrogante il mio ego.

Le discipline storiche non mi piacciono, personalmente le ritengo un po’ inutili. Nelle scuole medie, per esempio, ai miei allievi non consigliavo, quando ho insegnato anni fa, di strappare il libro di storia perché ogni libro può essere rispettato, tanto c’è la possibilità di sceglierlo o di rifiutarlo, ma certamente di non credere o condividere il pensiero di qualsiasi persona solo perché è stampato su una pagina. Cercare, invece, di riflettere e vedere se ciò che c’è scritto è umanamente corretto oppure no. Allora ho capito, a proposito dei nostri libri di storia, che insegnare ai ragazzi delle scuole medie che gli uomini, su questo pianeta, non hanno fatto altro che guerre dall’inizio alla fine (della loro storia sic!)… è qualcosa che non mi va giù. I libri di storia per le scuole medie, ma anche quelli dell’università, sono un elenco di guerre dai primitivi ad oggi… non è possibile! Lance, assedi, squartamenti, bombe… allora in quanto professore mi sono chiesto ma l’importanza di fare studiare la storia! Impareranno la pace studiando la guerra? Mi pare che questo non funzioni. Penso che l’oggetto privilegiato del nostro presente è ciò che deve trovare il maggiore spazio in questo presente. La guerra è l’aspetto più brutto, più inutile, più umanamente scorretto… di ciò che l’uomo ha fatto sul pianeta e dunque proprio questo orrore devo fare studiare ai miei allievi? Proprio quello? Sull’orrore devo richiamare la loro attenzione? Perché non ho altro da raccontare a quei ragazzi a proposito della storia dell’uomo? E’ possibile che gli uomini non abbiamo fatto altro su questo pianeta che distruggersi a vicenda con guerre continue? Per affermare l’uno a discapito dell’altro? Non solo ciò non mi pare giusto nei confronti dell’uomo, ma non mi pare giusto nemmeno di fronte a dei ragazzi all’inizio dell’adolescenza che devono studiare le pruderie di tal condottiero e di tale regina avida, di quel mostro di atrocità ecc. Non mi pare giusto e non lo faccio! Per cui le discipline, con la concezione storica che c’è oggi della vita dell’uomo sulla terra, non m’interessano. Nel caso la storia fosse la storia delle civiltà dell’uomo sul pianeta, quindi antropologia in sostanza, beh… sarebbe già diverso, perché andiamo a vedere come vivono gli aborigeni, come vivono gli ariani, come hanno vissuto gli Incas, come hanno vissuto gli Egiziani, beh… questo lo trovo interessante. In questo caso diventa interessante perché gli facciamo vedere l’arte, gli facciamo vedere la cultura, allora hanno qualcosa da imparare, mo se gli dico: gli Egiziani hanno bastonato gli Assiri, e poi gli Ebrei hanno bastonato gli egiziani, gli Arabi si sono spinti lì ed hanno ucciso, hanno distrutto queste città ecc., ma a che serve? Poi non parliamo delle monarchie dell’era moderna, per l’amor del cielo, sono un carnaio… Non si può parlare di questa bassezza umana e tacere le cose migliori, solo perché la bassezza qualche volta ha avuto la meglio. Ricordatevi che la guerra non ha avuto la meglio sulla pace altrimenti non saremmo qui, ci saremmo già estinti. Per questo insegnerei più volentieri la vita di pace e stimolerei la cultura della pace, più che insegnare la guerra e propagare la sfiducia nella vita e il rispetto degli altri… tuttavia questo non significa tacere l’esistenza della guerra, solo dargli il giusto e meritato valore relativo.

Torniamo all’arte e leggiamo: “questi modi, sono attualmente molto lontani dal costume in uso nell’ambiente dei critici, degli storici dell’arte, e del pubblico che li segue passivamente”. Chi è questo pubblico che segue passivamente i critici e le loro teorie storiche? ‘Passivamente’ vuol dire che il pubblico non pensa, se ciò che legge, ha un senso o meno e forse, la maggior parte delle persone, non hanno gli strumenti per comprendere che cosa c’è dietro un determinato modo di fare e di vedere l’arte e la sua funzione. Anche voi studenti siete vittime di questa situazione ormai paralizzante. Non ve ne posso fare una colpa, perché uno studente arriva a scuola e crede bene o male a quello che gli insegnano, infatti, nella scuola è molto difficile trovare un’opzione veramente critica, perché gli stessi insegnanti sono stati formati con le modalità intellettuali dominanti e la mediocrità della loro vita intellettuale e interiore farà il resto.  Penso che sia necessario un vostro percorso individuale rispetto alla comprensione dell’arte. Questo vuol dire che bisogna studiare e anche molto, ma poi riflettere con la propria testa e sentire se ciò che ascoltiamo ci piace veramente o siamo abituati a farci piacere solo ciò che ci viene descritto come geniale e grande. E così rifiutiamo tutto il resto. O peggio che c’insegnano a leggere l’arte solo come una modalità espressiva di superficie rispetto all’esistenza, invece così non è. Quando uno storico, tutti gli storici dell’arte, vi dicono che il Rinascimento è un’evoluzione rispetto a quell’arte asservita al canone che è stata quella medievale, gli potete credere, la maggior parte di voi crede questo, ma anche fatevi venire qualche dubbio, provateci almeno. Invece se io vi dico che non è assolutamente vero: che l’arte medievale aveva un senso ed era fondata, ed era perfettamente pertinente alla funzione dell’arte rispetto all’evoluzione dell’essere e, da questo punto di vista, il Rinascimento è stato un vero e proprio disastro. E’ STATO UN VERO E PROPRIO DISASTRO! Avete sentito bene! Ora qualcuno di voi pensa: “Ma no, ma che dice il Prof.? Ma come? L’evoluzione dell’arte, l’affermazione dell’artista come individuo, la rivoluzione della prospettiva, il rapporto arte scienza…”. Ecco che dentro di voi saltano fuori tutti i cliché, le quattro regoline critiche che decretano i primati del Rinascimento, un ‘rinascimento’ appunto una nuova nascita. Io invece sostengo, insieme ai miei maestri di pensiero e di vita, che il rinascimento non è una rinascita, bensì ma una decadenza e per certi aspetti una morte apparente, un’ibernazione. La prospettiva è un orrore per quanto riguarda la caduta dei valori simbolici e l’allontanamento da un’arte che fosse reale conoscenza e reale trasmissione di qualcosa. Tuttavia ci vuole un po’ di tempo prima che voi riusciate a capire ciò che io ora vi sto dicendo, così, in un lampo! Più che parole sembrano un colpo che vi do in testa, ci vuole un po’ di tempo! Concedetemi e concedetevi il tempo per potervelo spiegare adeguatamente e poi comprenderete le ragioni, altrimenti diventa una specie di slogan e si dice: “Eh, il professore ha detto che il Rinascimento è una caduta! Non l’ho mai sentita questa cosa, non lo dice né Argan, non lo dice Gombrich, non lo dice nessuno…”. A me non me ne importa niente che non lo dice Argan, non me ne importa niente che non lo dice Gombrich. Gombrich non segue lo stesso punto di vista dal quale io analizzo quel periodo, non è che Gombrich abbia avuto strumenti superiori a quelli che sto usando io rispetto a queste problematiche, certo ha una conoscenza finissima della storia dell’arte che io non ho e una delicatissima disposizione a comprendere i nessi iconografici che a me interessa il giusto. Ma ciò a cui faccio riferimento, e vedo bene leggendo Gombrich, che Gombrich a quel mondo non s’interessa e forse non l’ha neanche mai visto o voluto vedere chiaramente, non nasce con me. Io non sono solo in questa battaglia, ho, anch’io, come Gombrich aveva l’idea evoluzionista in arte, coloro che coprono le mie spalle, coloro che spingono dal passato, prima di me, ai quali io appartengo e mi siedo su di loro e dico: “…vedi, c’è mio papà, è Coomaraswamy, poi ci sta Florensky, poi ci sta Trungpa, poi Gurdijeff, poi ci sta e ancora e ancora fino a Platone, e beh… devo dire che mi sento in buona compagnia e anche un pochettino rassicurato e confortato dalla loro bellezza”. Ciò che sto cercando di dirvi che questo modo di vedere che vi propongo non è inventato da me. Ecco come il critico alla moda, che trascina una tendenza, lo scalatore sociale della fama che azzarda discorsi solo per scandalizzare e farsi notare, oppure pinco pallino Enzo Terzano che è arrivato a Foggia e vuole trovare un suo pubblico… non è così. Dietro ciò che vi dico c’è una tradizione alla quale io mi collego. Se ci fate caso a pag. 23 (di E. Terzano, Materialismo artistico e arte spirituale) comincio a riferirmi: ”…tra gli altri, ad autori come Eliade, Corbin, Burckhardt, Schneinder, Zimmer, Florenskiy, Zolla, Guénon…” ed altri come Maestri spirituali, poeti, mistici e metafisici.

Poi ci sono altri modi di pensare, ci sono altri lignaggi, altri modi di vedere la realtà. Il modo di vedere la realtà che seguo parte da individui che hanno realizzato una conoscenza profonda della condizione umana, della natura della mente, del cosmo e del microcosmo. Diciamo, però, che questi grandi uomini, saggi e onesti, in quest’epoca non hanno molta fortuna perché viviamo in un’epoca estremamente materialista e individualista. Il genere di discorso che io cerco di proporvi ovviamente non interessa a molta gente. Oggi non c’è più tanto ‘la persona’ ma ‘l’individuo’ e questo individuo vuole fare soprattutto i soldi e con quelli, o anche senza, vuole cercare di affermare la superiorità del suo ego rispetto agli ego degli altri uomini e donne che vivono intorno a lui. Vuole fare sesso la sera senza alcun problema sentimentale o di relazione e poi vuole regalare i fiori dell’ultima generazione, possibilmente blu, e se possibile mettersi un bel chip dentro alle tempie per diventare in on line e in voga, non so quanti esempi si potrebbero fare, li potete fare da soli, e questi mi sembrano alcuni delle poche decine d’ingredienti che fanno l’uomo contemporaneo... Allora, vi dicevo, c’è una tradizione nel pensiero che vi esprimo, una tradizione alle spalle, diciamo che le ho coperte. Il passato ci parla con una grande indicibile dolcezza che si esprime quasi sempre con il silenzio, una dolcezza che ci permea attraverso l’intuizione e la leggerezza del nostro sguardo… Se guardiamo il presente e lo guardiamo con un po’ di compassione ci rendiamo conto che in quest’epoca certe cose non vogliono essere viste, diciamo per codardia, per mancanza di coraggio, ma anche per debolezza, per isolamento, per offuscamento, per intimidazione, per condizionamento... Se vi dico per esempio che la prospettiva viene attualmente ancora celebrata, perché senza la prospettiva la TV non esisterebbe e senza prospettive neanche le realtà virtuali esisterebbero. Nemmeno le catene di montaggio sin dall’epoca moderna, e neanche le città strutturate nel modo in cui siamo abituati con incroci fra rette verticali e orizzontali, e nemmeno la pagina stampata ecc. è evidente che nessuno si mettere a discutere della prospettiva nel rinascimento se oggi la TV, condizionatrice domestica, e tutte le altre realtà prospettiche fino alle realtà virtuali che ci preparano alla solitudine, alla dissociazione psichica e al disprezzo del corpo, hanno un tale successo da muovere l’intera società verso il suo ineluttabile futuro. Chi potrebbe essere interessato a discutere della prospettiva? Gombrich pensava che nel medioevo si dipingesse peggio che nel rinascimento. Vedete io penso esattamente il contrario. Certo Gombrich non poteva fare diversamente perché il suo modo di vedere era conformato sull’ipotesi evoluzionistica darwiniana applicata all’arte. Così solo e solo evoluzione, non si riusciva a vedere altro. La deevoluzione, che pure evoluzione sarebbe a rigor di logica, non era prevista nel pensiero integralista degli evoluzionisti, altrimenti si doveva ammettere per esempio che gli spagnoli con Colombo erano ben più primitivi, selvaggi, ignoranti e meno evoluti umanamente degli indigeni americani. Proprio per questo senza troppi complimenti e con forte ottusità materialista hanno sterminato gli indigeni a milioni senza troppi complimenti, non provando alcun senso di colpa o di disgusto di se stessi… Come vedete ce l’ho con Cristoforo Colombo! Cristoforo Colombo è stato un delinquente al servizio della corona di Spagna. Coronati che di nobile, in senso dell’animo, avevano molto, ma molto poco, avidi e senza scrupoli bigotti e ipocriti, hanno usato il Volto del Cristo per i loro spropositi materialisti e sanguinari. Colombo è stato usato, povero ambizioso! Per via della sua ambizione e con la potenza dei coronati di Spagna, sono morti milioni di esseri umani, si sono distrutte delle società millenarie che erano meravigliose, che avevano un’etica del guerriero. Non mi venite a dire che devo scrivere su una strada “Viale Cristoforo Colombo” ma “Via dell’ambizioso C. Colombo” o “Via dei materialisti della Corona di Spagna”. Colombo avrebbe scoperto l’America! Ma perché gli indiani d’America che erano lì, chi erano? Infatti uno stregone di là ha detto “Perché… e io? Non esisto?”. Un uomo che è da qualche parte sa di essere e di stare dove stà. Non è, e non sarà mai che un altro lo scopra. Semmai questo scoprire significa, almeno quando sono gli europei a scoprire, un morire, un perdere protezione e identità. E’ dunque lecito dire che un uomo bianco come Colombo ha scoperto l’America? Mi sembra un’autentica follia pensare questo e dire una cosa del genere. L’America si era già scoperta da sola e la sua gente poteva vivere, crescere, gioire e soffrire, essere portatrice di filosofia, religione, etica, morale, arte, scienza, tecnologie e quant’altro una civiltà porta con sé. Vuoi che in tutta la bellezza del loro pensiero, della loro religione e della loro arte e scienza non ci fosse un briciolo di consapevolezza di esistere? Non solo a questa domanda risponderei di si, ma direi anche di più. C’è da ritenere che per via della scellerata politica coloniale della Spagna, del Portogallo e quindi dell’Inghilterra, della Francia ecc. è accaduto ai popoli ‘colonizzati’ di aver perduto la civiltà. I colonialisti hanno distrutto l’anima degli indigeni ovunque si trovassero sul pianeta e purtroppo senza scrupoli anche i loro corpi. Solo che noi europei, abbiamo “la puzza sotto il naso”, per usare un’espressione quotidiana, e crediamo di essere migliori e più evoluti degli altri. Siamo stati noi, infatti, a forgiare il pregiudizio eurocentrico, che come conseguenza ha creato molti problemi a milioni di esseri umani, in molte parti del pianeta e per lunghi periodi. Mi sembra anche che sia arrivata l’ora di smetterla con questi pregiudizi nei confronti delle altre culture, civiltà, non importa quanto siano diverse da noi sul piano materiale ed esistenziale. Questo atteggiamento corrisponde ad un pensiero, non facilmente esprimibile, ma manifestato in realtà con i comportamenti che rispondono alla concezione arrogante: “l’uomo bianco è il re del pianeta”. Tutti coloro che hanno semplicemente pensato di essere i re del pianeta e quindi si sono ritenuti superiori agli altri, mi lasciano perplesso e non mi convincono per niente.

Torniamo a noi anche se non ci siamo allontanati molto dal nostro tema, se non apparentemente. Dicevamo che la prospettiva è un argomento di successo da molte centinaia di anni. Moltissimi di coloro che l’hanno cavalcata sono diventati ricchi e famosi. Nella “contemporaneità estrema”, come dicono gli antropologi, cioè semplicemente ‘oggi’, gli spazi virtuali come internet possono avere un grande successo, però pensate che la vera evoluzione della nostra civiltà sarà, probabilmente, il superamento della cultura informatica. Quando nel terzo millennio l’uomo si renderà conto che deve andare oltre il computer e di qualsiasi tecnologia a forte impatto condizionante, comincerà a comprendere quanto sia importante abbandonare lo sguardo rivolto solo all’esterno, al calcolo del mondo, all’informazione senza umanità, alla manipolazione della vita… allora potrà tornare in circolazione la coscienza sveglia sul nostro pianeta. Intanto il computer lo uso anch’io. Sono un tipo che ha il computer posso viaggiare in internet, faccio delle ricerche. Consiglio ai miei allievi, quando vengono per la tesi, di usare questo strumento. Un conto è usarlo sapendo che cos’è, e un conto è usarlo non sapendo cos’è: sono due cose diverse. La nostra civiltà deve celebrare il Rinascimento, altrimenti dovrebbe ribaltare il presente e tutto quello che c’è, e non lo farà per ora, perché sarebbe necessario mettere in discussione la sua tecnologia, il fondamento dei suoi sistemi di comunicazione tutti basati e derivati dal concetto che la prospettiva è un’evoluzione e dalla sua applicazione scientifica, concettuale ed esistenziale. Quando la nostra civiltà finalmente sarà in grado di mettere in discussione la prospettiva, speriamo presto, potremo comprendere collettivamente che il Rinascimento è sì un’evoluzione ma un’evoluzione che assomiglia ad una bella caduta. Allora, Paolo Uccello che ha messo tutto in prospettiva ecc. ha distrutto tutta una serie di cose… come se fosse Attila. Attila sono anch’io adesso con questo genere di discorsi un po’ taglienti, taglio parecchio tutta una serie di cose, quindi vi abituerete in questi giovedì nel vedere un attimo come un disboscamento… non un disboscamento… un’altra immagine, mi servirebbe, perché io gli alberi non li taglierei, più che un disboscamento taglierei un po’ di piante velenose, anzi un po’ di fabbriche che producono cose chimiche, questo è un disboscamento che mi piacerebbe fare parecchio: andare nelle zone industriali e levare di torno questo genere di personaggi e di identità, aiutandoli a ritrovare se stessi e a sciogliere il loro cuore nella comprensione che la vita è preziosa, la propria ma soprattutto quella degli altri. (Fine della I Parte della lezione del 12.12.1999)

 Prof. Enzo Terzano

 Indice tematico progressivo della lezione:

Erudizione ed arte. Saggezza ed arte. Canova. Madonna dei Sette Veli. Arte pura. Icona. Assimilazione dell’arte. Conoscenza interiore ed arte. Simbologia. Storia. Guerra. Prospettiva. Rinascimento. Gombrich. Cristoforo Colombo. Colonialismo. Paolo Uccello.