Il
seme (racconto breve, 2
giugno 1996)
Un
drago insegue un uccello piumato che si leva in volo da una pianta
fiorita e sul fondo blu si stagliano entrambi in questo atto che
il tappeto immortala, tessuto fra i suoi fili di lana colorati.
I corpi giacciono,
su quest'immagine fissata da abili mani, sollecitati da lievi
carezze d'affetto, hanno inseguito il piacere per un certo tempo
e il momento culmine è venuto, ed ora trascolora in piccole cose,
in parole sussurrate, in sorrisi.
Il seme giace sul ventre, cumuli di cristalli liquidi,
di gocce luminose, si distinguono. Per fondo s'intuisce la pelle
tessuta di pori, ornata di rughe, rilassata dalla sensazione intensa.
Nell'aria l'odore di sperma miscela ai profumi notturni
dei fiori, pollini si spargono attorno appena ne hanno l'occasione,
sotto l'influsso dei climi, per virtù dei sensi che s'appropriano
di immagini e di voci.
Eccoci affiancati e distinti ognuno col proprio corpo,
ognuno col proprio seme. Assaggio un cucchiaino di miele e lo
condividiamo per avere l'esperienza dello stesso sapore. Quanto
ci avvicina questo piacere, quanto ci accomuna il dolore della
separazione imminente. Sono con te nell'attimo delle tue tristezze
senza confini, sei con me tentando di porre rimedio, con la dolcezza,
alla gelosia. Il fazzoletto di carta raccoglie fiumi di
questo nettare bianco e lo deposita nelle periferie, nei luoghi
desolati, nelle discariche, nell'acqua delle latrine. Adbellatiff
mi aveva detto tempo fa che il seme non si butta nel fuoco perché
la sua natura non ama il secco ma l'umido. Dal bruciare il nettare
derivano disturbi all'energia, minorazioni della prosperità. Così
raccogliamo il seme e lo portiamo nell'acqua. Poi ci esponiamo
al fumo del cipresso bruciato in un piatto di rame. Come i babilonesi
ci siamo purificati dalla passione poiché il piacere non ottenebra
la mente.
Enzo
Terzano