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Dolore (racconto breve, agosto 1998)

Cos'è questo dolore che non posso alleviare? Il padre di questo mio corpo giace, disteso in uno spasimo, sul suo letto di nozze. Questa stanza non è cambiata da tanti anni e il piacere che provavi è ora diventato dolore. Il silenzio è spezzato dai tuoi lamenti e dalle frasi sconnesse che narrano delle visioni che passano davanti ai tuoi occhi. Il male che ti corrode non ti consente di allungare le ginocchia così che sollevano le lenzuola come una tenda. Le dita delle mani le hai avvinte l'una all'altra e afferrano un invisibile destino. Con le braccia, rigide e nodose, intrecciate al cuore cerchi di proteggere questo tuo sentire. « Sto male! » dici con una voce che chiama tenerezza in chi ti ascolta. I capelli bianchi folti non sono più tirati all'indietro e appiattiti giacciono attorno al capo. Il letto è diventato per te rigido come una pietra che arroventa la tua schiena di dolori ed ha aperto piaghe nei tuoi piedi, arrossati il ventre e le viscere su questa morbida lana. Di fuoco, proprio di fuoco sono le tue parole, le tue urla incessanti fra dolore e ironia, le tue parole d'offesa verso tutti, indifferentemente. La piccola Alessia non si avvicina al tuo letto, rimane distante e ti guarda per capire che succede. Le urla che sente quando viene a trovarti, noi le abbiamo chiamate 'canto'. «Che fa nonno Guido?» noi rispondiamo «Nonno Guido canta, canta sempre...». Caro padre ora osservi lentamente il tuo corpo perdere le funzioni e l'integrità di cui hai goduto per otto decenni, così ora parli con rabbia, e l'ira, che avvolge e governa il tuo presente, si è insediata, punto punto, in ogni muscolo, in ogni giuntura, in ogni vena del tuo corpo. Sputi il cibo. Dai pugni sulla testa e sulle braccia di tua moglie, mia madre, che ti spoglia con pietà per toglierti di dosso gli escrementi e la colpisci con sguardi di ghiaccio, ma disperati, quando ti chiede: «Come stai?». Sono venuto per cantare, dopo il tramonto, al fianco del tuo letto, mentre fingi di dormire, i canti di liberazione che ho imparato nel Mandala del Maestro. Ti ho visto dopo alcuni giorni addolcito da quei suoni antichi. Hai perfino detto a tua moglie che si è fatta vecchia anche lei e che le vuoi bene. Mi hai chiamato al tuo fianco dicendo: «Vieni qui! Mi dispiace che parti, ritorna! » Ora come frutto dell'esserti vicino, il tuo dolore è anche un po' il mio, padre, perché mi avvolge anche se non sono nel tuo corpo e non sento flagellare la mia carne dal male che ti insidia. Con tenerezza ho passato la mano sul tuo capo bianco come l'inverno, odoroso di bosco senza foglie, che è solo radici e tronchi, raffiche di vento e sole pallido. Sono al tuo fianco in modo che mi insegni ancora un pò che cos'è la vita quando l'energia si corrompe e la mente entra nella dimenticanza e non sei più quasi persona. Tu e le tue visioni di voci e volti che vedi e senti nella tua stanza e che ci spaventano e non riesco, per quanto mi sforzo, a percepire. Hai aperto finalmente le porte di un altro vedere, ascolti parole di un altro sentire e ci indichi che c'è un spazio parallelo oltre quello che ci illudiamo di vivere ogni giorno, fra queste mura disegnate dagli occhi e questi suoni captati dalle orecchie. Tu che ora non riesci più a muoverti mi indichi che del corpo conosciamo solo il suo aspetto esteriore, i limiti del suo piacere e della sua stanchezza che ci avvolge le membra, e prima o poi, le rende inutili. Il bene che mi anima si infiamma con il dolore che provo guardandoti e questo dolore appare come onde fra le pieghe dei miei pensieri. Ecco padre che siamo come una buona coppia di amici che si amano e si separano ogni giorno. Ti vedo partire e mi vedo partire e le lacrime sgorgano senza averle chiamate. Lì celato fra le fratture del tempo ci aspetta il destino che si manifesta, goccia a goccia, e appena può uscire allo scoperto inonda all'improvviso la vita.

Enzo Terzano