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Poliritratto. Lo specchio e il labirinto. Note estetiche su un’opera fotografica. “Oh
Zarathustra – mi ha detto il fanciullo – guardati allo specchio!”.
Ma, avevo appena guardato nello specchio, che dovetti gridare,
e il mio cuore era sconvolto: giacché in esso non vidi me stesso,
bensì il ghigno deforme di un demonio”. Prendo
a pretesto un’opera fotografica per tornare a parlare di cose
antiche e nascoste, ma sempre presenti nel nostro quotidiano.
Le note che seguono non vogliono certo entrare nel merito artistico-tecnico
del “Poliritratto Stefanelli” (1985) di Enzo Terzano, quanto piuttosto
tracciare linee d’argomentazione per una lettura altra e, a nostro
avviso, suggestiva.
Non ci troviamo qui di fronte all’immagine, nella fattispecie
al ritratto, che fermando il trascorrere degli eventi nell’attimo
della sua espressione, rimandi il nostro sentire ad un pensiero-ricordo
determinato, non questo insomma il luogo dove l’opera d’arte diventa
occasione per ricordare. Il ‘poliritratto’ ci offre l’opportunità
di porci, adesso, di fronte a noi stessi: soli e nudi. Il nostro
volto ingigantito ci fissa e indaga penetrandoci implacabile.
Qui non ci si guarda per notare i nostri difetti epidermici, la
nostra espressione mondana o per abbellirsi e prepararsi al mondo,
ma è il mondo ad essere preparato ed è lì per sezionarci nudi
e crudi, senza alcuna difesa, né apparenza né look. Il mondo può
giocare con il nostro volto (è lo spettatore che aziona il meccanismo
mobile dell’opera), il punto focale dell’opera può essere spezzettato
e ricomposto come nei caleidoscopi. Nel ‘poliritratto’ infatti
non solo non è presente alcuna figura-sfondo
(E. Zerubavel), che mediante immagini ed oggetti ci permetta,
attraverso rimandi diversi, di connotare, collocare o più semplicemente
solo dare-un-senso al soggetto presentato, qui tutti i supporti
esterni al soggetto vengono meno, la fotografia è asettica e quasi
banale nella sua semplicità, ma il gioco dell’aprirsi e del chiudersi
dei pannelli crea volti nuovi, che nella loro brutale immediatezza
non solo mettono sotto nuova luce il volto originario, ma ci gettano
di fronte una nostra realtà mai prima incontrata, se non accidentalmente: “Specchi:
nessuno cosciente ha descritto
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